La revisione delle rendite catastali deve essere dettagliatamente motivata

La revisione delle rendite catastali  effettuata sulla base dell’articolo 1, comma 335 della legge 311/2004 (che consente ai Comuni di chieder all’Agenzia delle Entrate la revisione parziale del classamento delle unità immobiliari di proprietà privata ubicate in microzone comunali dove il rapporto tra valore medio di mercato e corrispondente valore medio catastale ai fini Imu presente sul territorio comunale si discosti «significativamente») deve essere seguita con la massima esattezza. In tal senso non sono ammesse revisioni massive.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 22671 depositata il giorno 11 settembre 2019, che ha precisato che in tali casi occorre specificare quali dati siano stati usati per determinare «il valore medio di mercato» della microzona, usando i prezzi delle compravendite e, se sono impiegati altri fattori («urbanistici, ambientali o simili»), se ne deve provare «la sussistenza e l’efficacia». Inoltre, il calcolo del valore catastale medio va fatto «sulla base dei valori medi delle singole unità» e non «dei valori medi delle singole microzone».

Fonte: Il quotidiano del Diritto, 12 settembre 2019

LA SENTENZA: cassazione-11-settembre-2019-n-22671

Nullo l’avviso di accertamento con “firma a stampa”

La possibilità di “firma a stampa” è ammessa esclusivamente gli atti prodotti da sistemi informativi automatizzati derivanti da attività svolta con lavorazione accentrata. E’ conseguentemente nullo l’avviso di accertamento che preveda lo svolgimento di verifiche ad hoc che non rechi la firma autografa del responsabile dell’ufficio.

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Addio alla scheda carburante da luglio 2018

Dal primo luglio 2018 addio alla scheda carburante per i soggetti titolari di partita Iva relativamente ai mezzi aziendali, sia per quelli esclusivamente strumentali, sia per quelli a deducibilità ridotta.

Da questa data le spese di carburante per autotrazione saranno, infatti, deducibili solo se sostenute mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate.

Accertamento “a tavolino”: secondo la Corte di Cassazione non necessita il contraddittorio preventivo

La Corte di Cassazione ritorna sulla questione del contraddittorio preventivo per le verifiche “a tavolino”, ovvero effettuate presso la sede dell’Agenzia delle Entrate. Lo fa ribadendo l’inesistenza dell’obbligo per l’accertamento da “vecchio” redditometro.

La Suprema Corte motiva la decisione con l’assenza di una norma che preveda tale obbligo, richiamando la pronuncia a Sezioni Unite (sentenza n. 24823/2015) con la quale è stato affermato che non esiste nel nostro ordinamento un diritto generalizzato al contraddittorio preventivo, salvo non sia espressamente previsto per legge ovvero sia stato eseguito un accesso presso la sede del contribuente. Si tratterebbe, secondo le Sezioni Unite, di un principio di derivazione comunitaria e pertanto applicabile solo ai tributi “armonizzati”.

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fonte: Il Sole 24 Ore

La dubbia qualificazione del reddito derivante dall’attività intramoenia del medico ambulatoriale convenzionato

Equivocando e mal comprendendo la differenza tra i concetti di redditi assimilati a quello di lavoro di lavoro dipendente e lavoro somigliante a quello dipendente, la Commissione Tributaria di Venezia ha ritenuto che l’attività intramoenia svolta dal medico ambulatoriale convenzionato sia qualificabile come reddito di lavoro dipendente.

La vicenda origina da due separati avvisi di accertamento parziale inviati per gli anni 2008 e 2009 ad un medico ambulatoriale convenzionato, al quale l’Agenzia delle Entrate contestava la mancata indicazione nel Modello Unico dei redditi derivanti dall’attività intra moenia, certificata dalle USSL con modello CUD. In sede di impugnazione dei provvedimenti, il medico spiegava di aver dichiarato il reddito nel quadro del reddito di lavoro autonomo, ritenendo che, diversamente da quanto accade per i medici dipendenti, l’attività intra moenia svolta dai medici convenzionati non fosse qualificabile quale reddito di lavoro dipendente. L’articolo 50, comma 1 lettera e) del Tuir, infatti, assimila ai redditi di lavoro dipendente “i compensi per l’attività libero professionale intramuraria del personale dipendente del Servizio sanitario nazionale”  escludendo pertanto i redditi del medico convenzionato che, per stessa ammissione dell’Agenzia delle Entrate, è un lavoro parasubordinato, caratterizzato dalla mancanza del vincolo di subordinazione, che rappresenta il principale discrimine tra i lavoratori dipendenti e le altre categorie di lavoratori.

La Commissione Tributaria Provinciale di Treviso accoglieva entrambi i ricorsi: quello dell’annualità 2008 per la mancata instaurazione del contraddittorio endoprocedimentale, quello del 2009 riconoscendo che il reddito in discussione doveva essere qualificato come reddito di lavoro autonomo.

I giudici regionali, con decisione caratterizzata da inconsueta celerità (sentenza depositata nello stesso giorno della pubblica udienza pomeridiana), hanno ribaltato le decisioni dei giudici di prime cure, sostenendo l’attività del medico dipendente e quella del medico ambulatoriale convenzionato si somigliano, poichè entrambi utilizzano le strutture ospedaliere, rispettono regole, assistono pazienti secondo un ritmo fissato dalla USSL.

La CTR di Venezia, in forza di questa somiglianza, ritiene che anche il reddito del medico convenzionato debba essere assimilato a quello di lavoro dipendente.  La sentenza sembra confondere il concetto di somiglianza tra le due attività, sulle quali si può anche convenire, con l’assimilazione prevista dall’articolo 50 del Tuir, che contiene l’elencazione tassativa dei redditi che, pur non derivando da lavoro dipendente, sono trattati come tali ai fini della tassazione. L’assimilazione prevista dalla lettera e) per i redditi derivante dall’attività intramuraria dei medici dipendenti deve ritenersi tassativa, e non espandibile anche ai parasubordinati in forza di una somiglianza tra le due attività, concetto assolutamente estraneo alla norma in questione.

Sentenza CTR Venezia 31.01.2017, n. 174

 

 

Furto di modico valore: costituisce riscontro del dolo un analogo comportamento precedente, seppure non contestato

Il comportamento tenuto dalla lavoratrice in data precedente al furto di modico valore, seppure non disciplinarmente contestato, costituisce riscontro della sussistenza dell’elemento soggettivo della condotta addebitata.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con sentenza del 3 novembre 2016, n. 22322, che ha affrontato il caso di una dipendente licenziata per un furto di modico valore, riconosciuta da una collega come la persona che nei giorni precedenti aveva sottratto altra merce.

La Suprema Corte ha stabilito che il comportamento tenuto dalla lavoratrice in data precedente all’evento, seppure non disciplinarmente contestato, costituisse riscontro della sussistenza dell’elemento soggettivo della condotta addebitata.

Secondo i giudici di legittimità hanno ribadito che i fatti non tempestivamente contestati possono essere considerati quali circostanze confermative della significatività di altri addebiti (tempestivamente contestati) ai fini della valutazione della complessiva gravità, anche sotto il profilo psicologico, delle inadempienze del dipendente e della proporzionalità o meno del correlativo provvedimento sanzionatorio: sotto il profilo psicologico, quindi, può tenersi conto non solo di episodi non contestati disciplinarmente, ma anche di precedenti disciplinari risalenti.

Cassazione, sentenza 3 novembre 2016, n. 22322

Fonte: Il Sole 24 Ore

E’ nulla la notifica effettuata fuori sede

E’ nulla la notifica dell’avviso di accertamento effettuata nelle mani del destinatario ma in un luogo diverso da quello previsto dalla legge, senza indicarne il motivo.

E’ quanto emerge dalla sentenza 4 febbraio 2016, numero 182, relativa ad un avviso di accertamento che, sebbene notificato all’amministratore della società, era stato fatto in luogo diverso da quello previsto dall’articolo 138 del Cpc.

Il contribuente, difeso dal professor Cesare Glendi di Genova aveva invocato la giuridica inesistenza della notifica e, per l’effetto, dello stesso avviso di accertamento. La Commissione ha ritenuto non inesistente la notifica, poichè effettuata nei confronti di un soggetto ricollegabile alla società, ma nulla. I giudici liguri hanno pertanto affermato, in ossequio al principio affermato dalle Sezioni unite della Cassazione (sentenza 19854/2004),  che essendo intervenuta la proposizione del ricorso oltre la data di maturata decadenza dell’amministrazione finanziaria dal potere di rettifica della dichiarazione, non si è verificata la sanatoria di cui all’articolo 156 del cpc.

Ctr Liguria. sentenza 4 febbraio 2016, n. 182

Fonte: Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2016

Impugnabile l’atto di annullamento parziale

Con sentenza 8 luglio 2015, n. 14243, la Corte di Cassazione ha stabilito che è impugnabile l’annullamento parziale, adottato in autotutela dall’Agenzia delle Entrate, di un provvedimento impositivo già divenuto definitivo.

Si tratta, secondo la Suprema Corte, di un atto contenente la manifestazione di una compiuta e definitiva pretesa tributaria, rispetto alla quale, pur se riduttivo dell’originaria pretesa, non può privarsi il contribuente della possibilità di difesa.

 

Le clausole penali del contratto possono essere approvate anche senza doppia firma

Le clausole penali inserite nel contratto non devono essere approvate con doppia firma ai sensi dell’articolo 1341 c.c. in quanto non sono clausole vessatorie.

Così ha deciso il Tribunale di Padova con sentenza 29 gennaio 2015, n. 274, ricordando che «in materia contrattuale le caparre, le clausole penali ed altre simili, con le quali le parti abbiano determinato in via convenzionale anticipata la misura del ristoro economico dovuto all’altra in caso di recesso o di inadempimento, non avendo natura vessatoria, non rientrano tra quelle di cui all’art. 1341 cod. civ . e non necessitano, pertanto, di specifica approvazione».