Le spese di lite seguono la soccombenza

Le spese del giudizio tributario, a partire dal 1° gennaio 2016 seguiranno la soccombenza, con minore possibilità per la commissione tributaria di compensare in tutto o in parte le medesime spese, che sarà consentita solo “in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere espressamente motivate”.
La regola generale che il giudice dovrà applicare, già espressa dai giudici di legittimità (Cass. 21 gennaio 2015, n. 930) è che deve essere che “la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese processuali”.

Il giudice potrà disporre la compensazione delle spese del giudizio solo qualora vi sia stata la soccombenza reciproca o nel caso sussistano gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere espressamente motivate dal giudice nel dispositivo sulle spese.

Obbligo di assistenza tecnica nei ricorsi con valore superiore ad Euro 3.000

A partire dal 1° gennaio 2016, l’obbligo di assistenza tecnica nelle controversie tributarie, riguarderà le cause con valore di lite superiore ad Euro 3.000,00 (precedentemente Euro 2.582,28).

 

La mancanza dell’avviso di ricevimento rende inammissibile il ricorso

La mancata produzione della cartolina di ricevimento non comporta la mera nullità del procedimento notificatorio, bensì l’insussistenza della conoscibilità dell’atto. Conseguentemente risulta inammissibile il ricorso introduttivo nell’ipotesi di mancata costituzione in giudizio della controparte, in quanto non si può accertare l’effettiva e valida costituzione del contraddittorio, anche qualora risulti provata la tempestività dell’impugnazione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 26108, depositata il 30 dicembre 2015, rilevando che il mancato deposito della cartolina A/R e la contestuale contumacia della parte destinataria della notifica, rende il ricorso del Fisco inammissibile.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Circolare 29 dicembre 2015, n. 38 – Riforma del processo tributario

Circolare 29 dicembre 2015, n. 38 – Riforma del processo tributario

L’Amministrazione deve provare l’oggettiva inesistenza dell’operazione

In caso di contestazione di emissione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, l’Agenzia delle Entrate deve provare l’inesistenza dell’operazione economica e non l’esistenza di un ragionevole sospetto in ordine all’inesistenza stessa.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 11 novembre 2015, n. 23065, secondo la quale, sul piano probatorio, «qualora l’amministrazione contesti l’indebita detrazione di fatture, relative ad operazioni inesistenti, spetta alla stessa, adducendo la falsità del documento e quindi l’inesistenza di un maggior imponibile, provare che l’operazione commerciale in realtà non è stata mai posta in essere, anche attraverso elementi presuntivi».

Non è quindi sufficiente la prova da parte dell’amministrazione finanziaria di un «ragionevole sospetto in ordine all’inesistenza dell’operazione economica», ma occorre che la stessa fornisca in giudizio la prova della «inesistenza dell’operazione, anche mediante presunzioni».

Cassazione, sentenza 11 novembre 2015, n. 23065

Decorre dalla spedizione il termine per il deposito dell’appello in Commissione

Il termine di trenta giorni entro il quale l’appellante si deve costituire in giudizo decorre dalla data di spedizione dell’atto alla controparte. Lo ha stabilito la sezione staccata della Ctr Lombardia con sentenza 3217 depositata l’8 luglio 2015.

Ctr-Lombardia 8 luglio 2015, n 3217

Valido il ricorso al quale non è allegato il PVC

Il ricorso proposto senza che sia stato allegato il Pvc su cui è fondato l’ accertamentonon è inammissibile poiché il documento può essere sempre prodotto in seguito anche su richiesta del giudice. Ad affermarlo è la sentenza 20658/2015 della Cassazionedepositata ieri.

E’ valido il ricorso presentato dal contribuente che non aveva allegato al ricorso il PVC sul quale si fondava l’accertamento impugnato. Il documento può essere presentato successivamente, anche su richiesta del giudice.

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione con sentenza 14 ottobre 2015, n. 20658, secondo la quale la sanzione di inammissibilità del ricorso, stabilita dall’articolo 22 del D. Lgs. 546/92 non opera con riferimento all’omesso deposito dell’originale (o della fotocopia) dell’atto impugnato, poiché può essere prodotto anche in un momento successivo o anche su impulso del giudice.

La Cassazione ha così evidenziato che se ciò vale per l’atto oggetto di impugnazione, a maggior ragione il principio trova applicazione per il Pvc, non allegato all’avviso di accertamento per essere già conosciuto dal contribuente.

L’onere di produrre il verbale di constatazione dal quale risultano i fatti posti a base dei rilievi contenuti nella pretesa, secondo la Suprema Corte, è a carico dell’ente impositore.

Cassazione, sentenza 14.10.2015, n. 20658

Spetta al giudice penale la determinazione dell’imposta evasa

Spetta al giudice penale la determinazione del superamento della soglia di imposta evasa prevista per l’integrazione del reato di dichiarazione infedele.

Lo ha stabilito la Cassazione con sentenza 12 ottobre 2015, n. 40755 con la quale ha stabilito i seguenti principi di diritto:

– ai fini dell’individuazione del superamento della soglia di punibilità prevista per il reato di dichiarazione infedele spetta unicamente al Giudice penale procedere all’accertamento e alla determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, con una verifica che può sovrapporsi e/o contraddire quella eventualmente svolta dal Giudice tributario;

– il giudice penale, nell’accertamento e determinazione dell’imposta evasa, non può prescindere dalla pretesa tributaria così come accertata dall’Amministrazione finanziaria e per discostarsi dal dato quantitativo risultante dall’accertamento deve disporre di concreti elementi di fatto che rendano maggiormente attendibile l’originaria quantificazione dell’imposta dovuta.

Reclamo-mediazione esteso a tutti gli enti impositori

La procedura di reclamo mediazione, oggi  prevista solo per gli atti emessi dall’agenzia delle Entrate del valore fino a 20mila euro, è estesa agli atti emessi da tutti gli enti impositori, nonché dagli agenti della riscossione (Equitalia) e dai concessionari locali.

Sarà dunque possibile reclamare le cartelle di pagamento non solo per eccepire la violazione dell’iscrizione a ruolo da parte dell’Agenzia, ma anche formulare censure in merito alla legittimità della stessa cartella per vizi propri commessi da Equitalia. Anche gli avvisi di classamento con cui l’ufficio provinciale Territorio dell’agenzia delle Entrate rettifica il classamento di un immobile, pur essendo atti di valore indeterminabile, saranno impugnabili mediante reclamo.

Immediatamente esecutive le sentenze di condanna del fisco fino a 10 mila Euro

La condanna dell’amministrazione finanziaria al pagamento di somme fino a 10 mila euro nel corso di un contenzioso tributario sono immediatamente esecutive. E’ una delle novità contenute nel decreto di riforma del contenzioso tributario.