L’architetto può difendere in Commissione Tributaria in materia d’imposta di registro sulle operazioni immobiliari

L’architetto può difendere il contribuente nei giudizi avanti le Commissioni Tributarie aventi ad oggetto l’applicazione dell’imposta di registro nelle operazioni immobiliari. Lo ha affermato la Commissione Tributaria Regionale di Venezia, con sentenza ctr-venezia-sentenza-29-gennaio-2020-n-68 ha sancito che, “in base al combinato disposto degli artt. 2 comma 2 e 12 comma 2 del D.Lvo n. 546/92” gli architetti sono abilitati alla difesa tecnica in materia di applicazione dell’imposta di registro vertente sulla definizione di bene non di lusso. La vicenda riguardava la qualifica di bene non di lusso di un’abitazione, con riferimento al requisito numero 6 del D.M. 2 agosto 1969, che prevede siano considerate di lusso 6) le singole unità immobiliari aventi superficie utile complessiva superiore a mq. 240 (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine   ctr-venezia-sentenza-29-gennaio-2020-n-68

Deducibili le spese di una sola auto se nella Sas solo un socio è agente

Non è inerente il costo della seconda auto della Sas nella quale un solo socio esercita l’attività di agente di commercio. Secondo la Commissione tributaria di Treviso (ctp-treviso-sentenza-16-dicembre-2019-n-394) l’inerenza del costo va provata dal contribuente in maniera specifica. A nulla rileva che l’articolo 164 Tuir non preveda, per le imprese, un limite al numero di autovetture utilizzabili dall’imprenditore.

La sentenza: ctp-treviso-sentenza-16-dicembre-2019-n-394

Niente Inps per il socio che apporta solo capitale

Al fine del computo della base imponibile contributiva, il lavoratore autonomo iscritto alla relativa gestione previdenziale e nello stesso tempo, socio di società di capitale, deve determinare il proprio obbligo contributivo tenendo conto solo dei redditi connessi allo svolgimento di un’attività lavorativa.

Gli utili derivanti dalla qualità di socio di capitale di società di capitali, senza svolgimento di attività lavorativa, non rientrano nella nozione di reddito di impresa di cui all’art. 3-bis del D.L. n. 384/92, atteso che gli stessi, non afferiscono al reddito derivante da attività di impresa che dia titolo alla iscrizione alla Gestione commercianti.

Lo ha affermato la Suprema Corte con corte-di-cassazione-sentenza-24-settembre-2019-n-23790, con la quale è stato ritenuto non rientrante nell’imponibile ai fini della gestione IVS il reddito di un lavoratore autonomo, titolare di
quote di partecipazione in alcune aziende e proprietario di altre quote di minoranza di altre società di capitali, nelle quali non svolgeva attività lavorativa.

 

La sentenzacorte-di-cassazione-sentenza-24-settembre-2019-n-23790

Odontoiatri, legittimo l’accertamento in base al numero di guanti monouso utilizzati

E’ ammesso l’accertamento analitico-induttivo fondato sul consumo di guanti monouso utilizzati dal professionista per lo svolgimento dell’attività di odontoiatra, considerata la sussistenza di una correlazione tra il materiale di consumo impiegato e gli interventi effettuati sui pazienti. Lo ha stabilito la Suprema corte con corte-di-cassazione-ordinanza-25-settembre-2019-n-23956.

Secondo i giudici di legittimità il consumo unitario di prodotti monouso, così come il numero degli stessi, costituisce un fatto noto in grado di far ragionevolmente presumere la numerosità delle prestazioni effettivamente eseguite dal professionista ai fini della ricostruzione dei compensi percepiti e di andare a supportare, di conseguenza, una procedura di accertamento analitico-induttivo.

L’ordinanza: corte-di-cassazione-ordinanza-25-settembre-2019-n-23956

 

Indagini finanziarie: non sono attribuibili al socio le operazioni effettuate dalla società da lui partecipata

Non sono attribuibili al socio verificato le operazioni effettuate dalla società da lui partecipata. Lo ha sancito la corte-di-cassazione-sentenza-25-settembre-2019-n-23859, che “Il giudice d’appello, invece, ha errato nell’affermare che fossero riferibili al contribuente le operazioni sui conti correnti intestati alle società di capitali dal medesimo partecipate (…); in tale caso, invero, non opera alcun meccanismo presuntivo; è infatti consentito inferire che siano riferibili alla società verificata le operazioni sui conti correnti intestati all’amministrazione o al socio, ma non anche che siano riferibili a questi soggetti le movimentazioni sui conti correnti intestati alla società”.

La sentenza: corte-di-cassazione-sentenza-25-settembre-2019-n-23859

L’antieconomicità dell’attività non giustifica l’accertamento induttivo

L’inattendibilità della contabilità non può essere motivata soltanto attraverso l’assenza di economicità dell’attività d’impresa se non vengono considerati altri elementi.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza depositata il 2 ottobre 2019 (corte-di-cassazione-sentenza-2-ottobre-2019-n-24536) con la quale è stato affermato che “l’inerenza all’attività dei costi sostenuti deve essere apprezzata attraverso un giudizio qualitativo, scevro dai riferimenti ai concetti di utilità o vantaggio, afferenti ad un giudizio quantitativo, e deve essere distinta anche dalla nozione di congruità del costo, anche se l’antieconomicità e l’incongruità della spesa possono essere indici rivelatori del difetto di inerenza”.

La sentenza: corte-di-cassazione-sentenza-2-ottobre-2019-n-24536

Omessa indicazione della clausola “non trasferibile” nell’assegno: sanzioni ridotte per assegni inferiori a 30.000 euro

Gli assegni bancari, circolari o postali di importo pari o superiore a mille euro devono riportare – oltre alle indicazioni relative a data e luogo di emissione, importo e firma – anche l’indicazione del beneficiario e la clausola «non trasferibile». Lo prevede il comma 5 dell’articolo 49 del D. Lgs. 21 novembre 2007, n. 231. Proprio per questo, attualmente, le banche consegnano alla clientela assegni con tale dicitura prestampata.

Le sanzioni per l’omessa indicazione sono particolarmente gravose, specie se la violazione è commessa dopo il 4 luglio 2018.   Prima di tale data, infatti, la sanzione applicabile variava tra l’1 ed il 40% dell’importo pagato con l’assegno. Poiché era ammessa l’oblazione mediante il pagamento di una somma in misura pari al doppio del minimo, l’emittente distratto poteva cavarsela con il versamento, entro sessanta giorni dalla contestazione, del 2% dell’importo dell’assegno emesso. La facoltà era esercitabile solo nei casi di infrazione inferiore ad Euro 250.000 da parte di soggetti che si siano avvalsi della medesima facoltà per un’analoga violazione.

L’approvazione del decreto legislativo 90/2017, in vigore dal 4 luglio 2018, ha comportato l’inasprimento delle sanzioni. L’articolo 63, comma 1, della norma sopra richiamata, prevede che sia applicata una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 euro a 50.000 euro. Il costo dell’oblazione, pertanto, sale ad € 6.000. 

Per ovviare alla sproporzione tra violazione e sanzione, il legislatore è intervenuto introducendo l’articolo 9 bis del Decreto Legge 119/2018, che prevede la riduzione delle sanzioni al 10% qualora gli assegni emessi siano inferiori a 30.000 euro. La riduzione è applicabile esclusivamente quando non si ravvisino circostanze che facciano ipotizzare un’operazione di riciclaggio, desumibile dalla natura dell’attività svolta e dalle dimensioni economiche dei soggetti coinvolti. E’ il caso di assegni emessi per pagamenti occasionali e documentati o per trasferimenti tra famigliari.

L’emittente distratto raggiunto da una contestazione di infrazione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà fare una scelta “al buio”. Effettuare il versamento in oblazione del doppio del minimo della sanzione, pari al 20% dell’assegno emesso, oppure inviare deduzioni difensive, nella speranza di ottenere l’applicazione della sanzione minima da parte del Ministero, pari al 10% dell’assegno emesso.

Il giudicato relativo alle società a ristretta base ha valore anche verso i soci

Con Ordinanza n. 13989 depositata il  23 maggio 2019, la Corte di Cassazione ha stabilito che il giudicato con il quale sia stata accertata l’insussistenza di utili extracontabili della società a ristretta base sociale  ha efficacia anche nel giudizio avente ad oggetto l’avviso di accertamento relativo al socio, poichè tale accertamento negativo rimuove, in tutto o in parte, il presupposto da cui dipende il maggior utile da partecipazione conseguito dal socio.

L’ORDINANZA DELLA CASSAZIONE: corte-di-cassazione-ordinanza-23-maggio-2019-n-13989

La revisione delle rendite catastali deve essere dettagliatamente motivata

La revisione delle rendite catastali  effettuata sulla base dell’articolo 1, comma 335 della legge 311/2004 (che consente ai Comuni di chieder all’Agenzia delle Entrate la revisione parziale del classamento delle unità immobiliari di proprietà privata ubicate in microzone comunali dove il rapporto tra valore medio di mercato e corrispondente valore medio catastale ai fini Imu presente sul territorio comunale si discosti «significativamente») deve essere seguita con la massima esattezza. In tal senso non sono ammesse revisioni massive.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 22671 depositata il giorno 11 settembre 2019, che ha precisato che in tali casi occorre specificare quali dati siano stati usati per determinare «il valore medio di mercato» della microzona, usando i prezzi delle compravendite e, se sono impiegati altri fattori («urbanistici, ambientali o simili»), se ne deve provare «la sussistenza e l’efficacia». Inoltre, il calcolo del valore catastale medio va fatto «sulla base dei valori medi delle singole unità» e non «dei valori medi delle singole microzone».

Fonte: Il quotidiano del Diritto, 12 settembre 2019

LA SENTENZA: cassazione-11-settembre-2019-n-22671

Nullo l’avviso di accertamento con delega di firma “in bianco”

La Commissione Tributaria Regionale della Campania ha sentenziato la nullità di un avviso di accertamento firmato da funzionario munito di delega troppo generica. Secondo la Commissione sarebbe illegittima la delega rilasciata “in bianco”, cioé senza l’indicazione nominativa del soggetto che può sottoscrivere gli atti e priva di una benché minima motivazione. La CTR campana ha precisato che, in forza dell’articolo 42 del Dpr 600/73, è illegittimo l’avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario non delegato nominativamente, anche alla luce di quanto ribadito più volte dalla Corte suprema, secondo cui è nulla la delega di firma in bianco poiché non consente al contribuente di verificare agevolmente la legittimità dei poteri. Secondo tale orientamento di legittimità, infatti, la delega è nulla quando fatta a un soggetto “incerto”, dal momento che i capi uffici o i capi team potrebbero cambiare nel tempo e non essere gli stessi al momento della sottoscrizione del provvedimento.

LA SENTENZA PER ESTESO:

ctr-campania-sentenza-18-dicembre-2018-n-80