No all’induttivo per mancata risposta al questionario (Cass. 11.05.2010, n. 11423)

Corte di Cassazione, sez. trib., ordinanza 11 maggio 2010, n. 11423
In fatto e in diritto
Il contribuente di cui in epigrafe propone ricorso per cassazione nei confronti dell’Agenzia delle Entrate e avverso la sentenza con la quale la C.T.R. Puglia, in controversia concernente impugnazione di avvisi di accertamento per Irpef e Ilor in relazione al 1988, accoglieva solo parzialmente l’appello dei contribuenti, sostenendo, per quel che in questa sede ancora rileva che gli avvisi opposti dovevano ritenersi congruamente motivati e che, a fronte del mancato riscontro della società al questionario inviatole dall’Ufficio, quest’ultimo aveva legittimamente provveduto a recuperare a tassazione i fitti passivi e le spese bancarie dichiarate dal contribuente, non avendone potuto verificare l’attinenza alla produzione del reddito.
Per quanto concerne il secondo e il quarto motivo (che vanno esaminati per primi in ordine logico in quanto con essi si censura sotto diversi profili la sentenza impugnata per non aver ritenuto il difetto dì motivazione degli avvisi opposti) è sufficiente osservare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità in base al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, sancito dall’art. 366 c.p.c., qualora il ricorrente censuri la sentenza di una commissione tributaria regionale sotto il profilo della congruità del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento – il quale non è atto processuale,bensì amministrativo, la cui motivazione, comprensiva dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che lo giustificano costituisce imprescindibile requisito di legittimità dell’atto stesso -, è necessario, a pena di inammissibilità, che il ricorso riporti (cosa che nella specie non è accaduta) testualmente i passi della motivazione di detto atto che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, ai fine di consentire alla Corte di cassazione di esprimere il suo giudizio in proposito esclusivamente in base al ricorso medesimo (v. cass. n. 15867del 2004).
È inoltre da rilevare che gli avvisi opposti non risultano specificamente depositati unitamente al ricorso per cassazione, onde i motivi .sarebbero in ogni caso improcedibili ai sensi dell’art. 369 n. 4 c.p.c., a norma del quale, insieme col ricorso (e pertanto nello stesso termine previsto dal primo comma del citato art. 369 c.p.c.) devono essere depositati a pena di improcedibilità “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” non rilevando a tal fine la richiesta, di acquisizione del fascicolo d’ufficio dei gradi di merito, né, eventualmente, il deposito del suddetto fascicolo o di quello di parte (che in ipotesi tali atti contenga), ovvero il deposito generico di atti non specificamente individuati.
Il primo motivo di ricorso (col quale, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 38 e 39 comma 2 d.p.r. 600/73, si censura la sentenza impugnata per avere i giudici d’appello; affermato che, in presenza di mancata risposta al questionario, l’Ufficio aveva legittimamente proceduto alla rettifica del reddito) è manifestamente fondato, considerato che dalla sentenza impugnata risulta che il ricorso introduttivo nella presente controversia è stato proposto nel 1997 (dovendo pertanto collocarsi l’omissione de qua in epoca antecedente) e che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, la mancata risposta del contribuente ad un questionario inviatogli dall’ufficio non legittima, di per sé sola, una rettifica del reddito d’impresa in via induttiva, ai sensi dell’art, 39, comma secondo, lettera d) , del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ove tale omissione si sia- verificata prima dell’entrata in vigore del l’art. 25 della legge 18 febbraio 1999, n. 28, stante la tassatività delle ipotesi, previste dalle lettere a) , b) , c) e d) del citato art. 39, comma secondo,, nel testo all’epoca vigente (v. tra le altre cass. n. 16049 del 2005).
Infine, le censure di cui al terzo e al quinto motivo (con le quali si deduce vizio di motivazione) risultano inammissibili perché carenti in relazione al secondo comma dell’art. 366 bis c.p.c., a norma del quale è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria – ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende
inidonea la motivazione a giustificare la decisione, essendo peraltro da evidenziare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dal citato art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva, e sintetica, che costituisca un“quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (v. Cass. n. 8897 del 2008) ed inoltre non autosufficienti.
È inoltre da aggiungere, con riguardo al quinto motivo, che la censura attiene non alla motivazione in fatto bensì alla motivazione in diritto della sentenza impugnata.
Il primo motivo di ricorso deve essere pertanto accolto e gli altri motivi rigettati. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altro giudice che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.
P.Q.M.
Accoglie il primo motivo di ricorso, rigettati gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese a diversa sezione della C.T.R. Puglia

Furto di contabilità e accertamento induttivo (Cass. 27.01.2010, n. 1650)

Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 27 gennaio 2010, n. 1650
Svolgimento del processo
La societa’ contribuente sopra indicata impugnava l’avviso di rettifica IVA, per omessa fatturazione di operazioni di cessione e per indebita detrazione d’imposta sugli acquisti per il periodo in contestazione, emesso dall’Ufficio finanziario a seguito di accertamento induttivo, sul presupposto della mancata esibizione della documentazione amministrativo – contabile, che la contribuente assumeva essere stata oggetto di furto denunziato agli organi di Polizia.
La C.T.P. accoglieva il ricorso. La C.T.R. respingeva l’appello dell’Ufficio, affermando che l’accertamento induttivo era illegittimo in quanto il l.r. della societa’ non si era mai rifiutato di esibire le scritture contabili, ne’ le aveva sottratte all’ispezione, avendo sin dall’inizio della verifica dichiarato che tutta la documentazione era stata rubata, sicche’ la mancata esibizione era ascrivibile a forza maggiore e non era stata accertata alcuna negligenza a carico del soggetto; ne’ le presunzioni semplici indicate dalla Guardia di Finanza erano gravi precise e concordanti; in ordine alla non detraibilita’ dei costi, il contribuente aveva cercato di ricostruire le scritture rubate, ma la mancata collaborazione dei fornitori e dei clienti comunitari aveva vanificato qualsiasi tentativo, essendo stata acquisita solo la copia di alcune fatture, con la conseguenza che l’Ufficio, nel ricostruire induttivamente il volume di affari, avrebbe dovuto considerare anche i costi e le detrazioni relative agli acquisti, non essendo corretto ritenerli indeducibili dopo averne accertato la provenienza e l’inerenza.
Avverso detta sentenza ricorre per cassazione l’Agenzia delle entrate. La parte intimata resiste con controricorso.
Motivi della decisione
Rileva, anzitutto la Corte che, nel giudizio di cassazione, che e’ dominato dall’impulso d’ufficio, non trova applicazione l’istituto della interruzione del processo per uno degli eventi previsti dagli artt. 299 e segg. c.p.c., onde, una volta instauratosi il giudizio, il decesso di uno dei ricorrenti, comunicato, come nella specie, dal suo difensore, non produce l’interruzione del giudizio (Cass. S.U. n. 14385/07; Cass. n. 12967/08).
Con il primo motivo, la parte erariale, sotto la rubrica di carenza di motivazione su punto decisivo e violazione ed erronea interpretazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, deduce, con varie argomentazioni, che la decisione impugnata, anziche’ concludere per la sussistenza dei presupposti dell’accertamento induttivo in rettifica, aveva del tutto illogicamente affermato che il contribuente non aveva rifiutato di esibire, ne’ aveva sottratto ad ispezione i registri previsti dalla normativa fiscale, motivando che detta documentazione gli era stata sottratta, senza analizzare se il contribuente aveva adempiuto agli obblighi d’informazione (verso l’amministrazione) e di attivazione nella ricostruzione della documentazione a supporto della dichiarazione presentata, ne’ se detto comportamento omissivo sostanziasse almeno l’ipotesi di sottrazione all’ispezione della documentazione medesima.
Con il secondo motivo, l’Agenzia, deducendo violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. da 21 a 25, 39 e 52 e art. 2697 c.c. in rel. art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamenta che la sentenza impugnata non avrebbe motivato sull’inosservanza degli obblighi strumentali e dell’onere probatorio a carico del contribuente IVA, da parte del quale ribadisce, nella specie, l’omessa comunicazione del furto e la mancata ricostruzione della documentazione contabile, restando cosi’ generiche le affermazioni contrastanti l’esistenza e la completezza dei rapporti commerciali intrattenuti con i fornitori risultanti dal p.v.c..
Con il terzo motivo, deducendo violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19 e 55, artt. 2697, 2725 e 2724 c.c. ed omessa motivazione, la parte erariale lamenta che la decisione impugnata non avrebbe considerato che la detrazione avrebbe potuto essere riconosciuta anche ove l’intera contabilita’ fosse andata perduta o distrutta incolpevolmente, ma solo nei limiti in cui fosse stato possibile ricostruire il volume di affari e degli acquisti; nell’ipotesi, la mancata acquisizione alla verifica della contabilita’
oggetto di furto non aveva determinato un onere in capo all’Ufficio di dimostrare la non corrispondenza delle operazioni contestate alla realta’, incombendo al contribuendo la dimostrazione delle stesse con mezzi adeguati; l’assenza di ricostruzione dettagliata da parte del contribuente degli importi detratti aveva legittimato l’operato dei verificatori, che avevano utilizzato i risultati delle ricerche all’Anagrafe tributaria e dei questionari per ricostruire i rapporti dei clienti e dei fornitori per ricostruire i rapporti economici degli stessi con la societa’ contribuente. In controricorso, la parte contribuente chiede dichiararsi inammissibile o respingersi il ricorso.
I motivi possono essere esaminati congiuntamente, stante l’intima connessione delle rispettive argomentazioni.
Il ricorso si rivela fondato.
Secondo il consolidato orientamento di questa S.C., nella disciplina dell’IVA, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, la deducibilita’ dell’imposta pagata dal contribuente (in sede di rivalsa) per l’acquisizione di beni o servizi inerenti all’esercizio dell’impresa (art. 19) postula che il contribuente stesso sia in possesso delle relative fatture, le annoti in apposito registro (art. 25), ed inoltre conservi le une e l’altro (art. 39); l’ufficio, in presenza di una denuncia annuale che faccia valere le suddette poste a credito, e’ legittimato ed e’ tenuto all’accertamento in rettifica, depennando tali poste, ove non trovino rispondenza in quelle fatture ed in quel registro (art. 54, comma 2). Detta disciplina, quindi, si conforma al criterio secondo cui la dimostrazione dei fatti costitutivi di un credito deve essere offerta da chi lo faccia valere, e, sul piano probatorio, introduce limitazioni ai mezzi di prova, esigendo atti scritti, compilati e tenuti con specifiche modalita’. La citata normativa, peraltro, non si occupa dell’ipotesi dell’incolpevole impossibilita’ di produrre gli indicati scritti (come nella specie, per averne denunziato il furto). Pertanto, ove il contribuente dimostri di essere nell’impossibilita’ di acquisire presso i fornitori dei beni o dei servizi copia delle fatture, si deve fare riferimento alla regola generale fissata dall’art. 2724 c.c., n. 3. Secondo tale disposizione la perdita senza colpa del documento, che occorra alla parte per attestare una circostanza a lei favorevole, non integra ragione di esenzione dall’onere della prova, ne’ sposta il medesimo sulla controparte, ma rileva esclusivamente come situazione che autorizza la prova per testimoni (o per presunzioni), in deroga ai limiti per essa previsti. In applicazione della suddetta norma, e’ da ritenersi che l’incolpevole perdita della contabilita’ non introduca una presunzione di veridicita’ di quanto in proposito denunciato dal contribuente agli organi di polizia, si’ che un’autodichiarazione del contribuente avente ad oggetto un elenco di dette fatture, ancorche’ dettagliato, e’ insufficiente al fine, dovendo tale indizio trovare conferma testimoniale o presuntiva, se non e’ possibile il riscontro con le fatture emesse tramite la tenuta della regolare contabilita’ del soggetto emittente delle stesse (Cass. n. 18019/09, 9919/08, 21233/06, 13605/03).
Pertanto il riferimento alla “forza maggiore” – determinata secondo la contribuente dal furto che avrebbe impedito la produzione della “contabilita’” alla Guardia di Finanza – effettuato dal giudice di secondo grado integra, oltre che il vizio di motivazione di cui al secondo motivo, anche un palese errore di diritto in ordine alla disciplina della sussistenza dei presupposti dell’accertamento induttivo, perche’ l’affermazione contrasta con i riferiti principi, reiteratamente affermati da questa Corte e da ribadire, non essendo emerse convincenti argomentazioni contrarie. Nella specie, il soggetto avrebbe dovuto provare di avere smarrito incolpevolmente i documenti ed, al fine di fornire tale dimostrazione, non era sufficiente la deduzione di aver denunziato il furto della stessa.
E’ stato, peraltro, puntualizzato che la perdita incolpevole della documentazione, di per se’ ed in assenza di elementi di riscontro, non puo’ giustificare i costi: l’onere di provare i fatti che legittimano il riconoscimento dei costi grava sul contribuente; quando costui non e’ in grado di dimostrare la fonte che giustifica la detrazione per avere denunciato un furto della contabilita’, non spetta all’amministrazione di operare un esame incrociato dei dati contabili ma al contribuente di attivarsi, attraverso la ricostruzione del contenuto delle fatture emesse; con l’acquisizione, presso i fornitori, della copia delle medesime (Cass n. 9919/08, cit.); ne’ una denuncia di furto e’ di per se stessa sufficiente a dare prova dei fatti controversi, se priva della precisa indicazione riguardante le singole fatture e il loro contenuto (Cass. n. 13605/03, cit.).
Da tali principi discende, altresi’, l’erroneita’ della tesi – anch’essa accolta nella sentenza impugnata –
per la quale la denunzia di furto (come di smarrimento o di perdita incolpevole) della documentazione contabile esoneri il contribuente dall’obbligo di provare la deducibilita’ dei costi, esposti in dichiarazione, che si assume desumibile da quella documentazione.
La sentenza impugnata, che non si e’ uniformata ai principi in precedenza enunciati ed ha, di conseguenza, erroneamente ritenuto insussistenti i presupposti dell’accertamento induttivo, deve essere annullata, con rinvio della controversia, per nuovo esame e per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio, ad altra Sezione della medesima C.T.R..
P.Q.M.
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra Sezione della C.T.R. Campania.

Furto della contabilità e accertamento induttivo

Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 27 gennaio 2010, n. 1650

100127 Furto contabillità e acc. induttivo

Accertamento basato solo su indizi (Cass. 15.01.2010, n. 575)

Corte di Cassazione, sez. trib., ordinanza 15 gennaio 2010, n. 575
Svolgimento del processo
La controversia promossa da B. R. contro l’Agenzia delle Entrate e’ stata definita con la decisione della CTR dell’Umbria, recante il rigetto dell’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate contro la sentenza della CTP di Terni n. 124/02/2004 che aveva accolto il ricorso della contribuente avverso l’avviso di accertamento Iva 1998.
Il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate si articola in tre motivi. Nessuna attivita’ difensiva e’ stata svolta dall’intimato. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c.. Il presidente ha fissato l’udienza del 21/10/2009 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.
Motivi della decisione
Con primo motivo la ricorrente assume la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. La CTR pur consapevole della tipologia di accertamento eseguito – D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1 cit. – avrebbe affermato la illegittimita’ dell’accertamento, facendo esplicito riferimento alle condizioni del metodo di accertamento induttivo c.d. puro disciplinato dal secondo comma del citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39.
La censura e’ infondata. In tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito d’impresa, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, per presumere l’esistenza di ricavi superiori a quelli contabilizzati ed assoggettati ad imposta, non bastano semplici indizi, ma occorrono circostanze gravi, precise e concordanti (Sez. 5, Sentenza n. 6852 del 20/03/2009). La CTR, con valutazione di merito non sindacabile in questa sede, se non sotto il profilo della motivazione, ha escluso il carattere di concordanza, precisione e gravita’ per assurgere a livelli di prova certa alla mancata annotazione dei corrispettivi, cosi’ come determinata dai verificatori ; di talche’ e’ irrilevante l’ulteriore affermazione della CTR circa la presenza della dichiarazione, da parte del contribuente del reddito di impresa.
Con secondo motivo la ricorrente assume la nullita’ della decisione con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4 in quanto priva di motivazione in ordine agli aspetti di inattendibilita’ delle valutazioni compiute dai verificatori e fatte proprie nell’avviso di accertamento.
La censura e’ infondata in quanto nella sentenza vengono indicati, sia pur succintamente, gli elementi che giustificano il convincimento del giudice.
Con terzo motivo la ricorrente assume la omessa motivazione circa un fatto controverso. La CTR non avrebbe valutato tutti gli elementi di fatto risultanti dal pvc e richiamati dall’Ufficio.
La censura e’ fondata. La motivazione della decisione, nella parte in cui omette la specifica valutazione degli elementi di fatto risultanti dal pvc (incongruenze del conto cassa, presenza in magazzino di giacenze minori rispetto a quelle desumibili dalla contabilita’, esame dell’andamento delle rimanenze merci) – facendo riferimento soltanto alla mancata annotazione dei corrispettivi – evidenzia una obiettiva deficienza del criterio logico che ha condotto alla formazione del proprio convincimento.
Consegue da quanto sopra la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR dell’Umbria.
P.Q.M.
La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR dell’Umbria

Accertamento induttivo e sbilancio di contabilità (Cass. 16.12.2009, n. 26341)

Corte di Cassazione, sez. trib., sentenze 16 dicembre 2009, n. 26341
Svolgimento del processo
A seguito dell’esame della dichiarazione IVA relativa all’anno 1993 presentata dalla ditta […]che
esponeva un credito IVA chiesto a rimborso per L. 17.470.000, derivante anche da riporti di anni
precedenti, l’Ufficio IVA di Ancona disponeva controllo contabile. Da tale controllo emergeva che
per gli anni 1991, 1992, 1993 la contabilità della ditta evidenziava un volume di affari inferiore al
costo del venduto con aumento anomalo delle scorte di magazzino ed insufficienza dei ricavi a
coprire i costi di gestione, anche in forza delle basse percentuali di ricarico.
Tale situazione era particolarmente evidente nel 1993, per cui l’Ufficio emetteva nel 1999 avviso di
accertamento per tale anno, determinando una percentuale di ricarico sulle merci vendute pari al
30%, così portando in attivo la gestione, con integrazione del volume di affari dichiarato di L.
735.866.000 con la somma di L. 126.469.500, cui corrispondeva IVA per L. 15.176.000, il cui
rimborso veniva quindi negato. Non erano applicate sanzioni ai sensi del disposto di cui al D.Lgs. n.
472 del 1997, art. 8 essendo deceduto il titolare della impresa in data 10/9/1994, cui era
successivamente subentrato il nuovo titolare A.V.. Questi impugnava l’avviso di accertamento
innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Ancona, la quale accoglieva il ricorso con
sentenza n. 45/04/01 in data 13/3/2001.
Appellava l’Ufficio e la Commissione Tributaria Regionale delle Marche con sentenza n. 53/8/04 in
data 14/12/2004, depositata in pari data, respingeva il gravame, confermando la decisione
impugnata. Propongono ricorso per Cassazione il Ministero della Economia e delle Finanze e la
Agenzia delle Entrate, con un motivo. La ditta intimata non svolge attività difensiva.
Motivi della decisione
Preliminarmente, va rilevata la inammissibilità del ricorso proposto dal Ministero della Economia e
della Finanze: nel caso di specie al giudizio innanzi la Commissione Regionale ha partecipato
l’ufficio periferico di Ancona della Agenzia delle Entrate, successore a titolo particolare del
Ministero, ed il contraddittorio è stato accettato dal contribuente senza sollevare alcuna eccezione
sulla mancata partecipazione del Ministero, che così risulta, come costantemente ha rilevato la
giurisprudenza di questa Corte, (ex plurimis v. Cass. n. 3557/2005) estromesso implicitamente dal
giudizio, con la conseguenza che la legittimazione a proporre ricorso per Cassazione sussisteva
unicamente in capo alla Agenzia. L’Agenzia deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n.
633 del 1972, art. 55 e dell’art. 2697 c.c. e segg. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la
Commissione ritenuto, sulla premessa che le scritture contabili erano regolari e non erano emerse
infedeltà ed omissioni, che l’accertamento induttivo fosse illegittimo perchè l’unico presupposto era
la insufficienza del valore aggiunto dichiarato, ovvero della percentuale di ricarico, che, ad avviso
dell’Ufficio, faceva presumere la inattendibilità dei dati esposti dal contribuente; dato che non
poteva essere sostituito da altro tratto dalle medie di settore, a sua volta frutto di valutazioni
meramente statistiche inidonee a loro volta ad integrare una prova presuntiva sufficientemente
attendibile.
Sostiene l’Agenzia, in primo luogo, che la tenuta di contabilità in maniera formalmente regolare
non è di ostacolo alla rettifica dei redditi di impresa delle persone fisiche, in presenza di un
comportamento imprenditoriale assolutamente contrario ai canoni della economia; ed inoltre che
non erano state applicati i ricarichi medi di settore, bensì ricarichi minimi, quantificati in modo tale
“da garantire almeno la sopravvivenza della attività commerciale in questione”. Il motivo non è
fondato.
È indubbiamente esatto che per consolidata giurisprudenza può procedersi ad accertamento
induttivo anche in caso di contabilità formalmente regolare, nel caso in cui l’attendibilità della
stessa risulti inficiata da presunzioni contrarie anche semplici, purchè siano gravi, precise e
concordanti (v. Cass. n. 7184 del 2009). Ed inoltre, ai sensi del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62
sexies convertito in L. 29 ottobre 1993, n. 427, l’Ufficio può procedere ad accertamento induttivo
anche in caso di contabilità apparentemente regolare, in deroga ai limiti di cui al D.P.R. n. 633 del
1972, artt. 54 e 55 anche in caso di esistenza di “gravi incongruenze” tra i ricavi, i compensi ed i
corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di
esercizio della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore elaborati ai sensi dello stesso
D.L. n. 331 del 1993, art. 62 bis.
Nella specie, tuttavia, a tenore del ricorso, l’unica presunzione in forza della quale si è proceduto ad
accertamento induttivo in presenza di contabilità formalmente regolare è costituito dallo sbilancio
tra costi e ricavi. Dichiaratamente, non vi è riferimento alcuno a studi di settore od indagini
statistiche mirate, talchè in ricorso nemmeno si nomina la natura della attività commerciale svolta
dalla intimata ed il tipo di merce trattata (dalla sentenza impugnata emerge trattarsi di commercio
all’ingrosso di capi di abbigliamento).
La limitatezza della argomentazione presuntiva presa a fondamento postula che lo stato economico
della ditta presenti caratteristiche di stranezza, singolarità, contrasto con elementari regole
economiche di esperienza da essere immediatamente percepibile come inattendibile secondo il
senso comune.
Così non è: i dati dell’anno in contestazione sono i seguenti: spese per acquisti L. 778.389.000;
spese per personale L. 49.000.000; ricavi L. 735.866.000. Lo sbilancio assomma a L. 91.523.000;
un dato certo rilevante, ma non singolare o tale da prospettare di per sè, ove veritiero, il fallimento
dell’impresa. Peraltro, manca ogni accenno allo stato patrimoniale della medesima impresa
commerciale. Quanto ai risultati degli esercizi 1991 e 1992 che a dire dell’Ufficio dovrebbero
corroborare l’assunto di inattendibilità della contabilità, i dati esposti in ricorso sono limitati e non
documentati, in violazione dei principi di autosufficienza del ricorso; ma, anche ove assunti come
validi, il risultato di deficit commerciale significativo, ma non ingente ed apparentemente
insostenibile, non cambia. Nè può essere assunta a convalida della condotta dell’Ufficio, quale
ulteriore elemento presuntivo di segno negativo, l’assenza di giustificazione di tale condotta da
parte del titolare dell’impresa responsabile della gestione in quanto tale soggetto, l’unico in grado di
fornire chiarimenti, come dichiarato dall’Ufficio, era deceduto nel 1994, circa 5 anni prima
dell’accertamento.
Ne consegue che gli elementi presuntivi su cui si è basato l’Ufficio non sono nè gravi, nè precisi, nè
concordanti.
L’accertamento è pertanto illegittimo, come ritenuto dai giudici di merito. L’argomento di cui sopra
ha natura assorbente. Peraltro, non appare inutile osservare che la misura di ricarico applicata,
svincolata da studi di settore mirati, e tesa soltanto a portare in lieve avanzo il bilancio (e ad
azzerare praticamente il credito di IVA del contribuente) è del tutto arbitraria, in quanto la mera
enunciazione dello scopo prefisso non può certo sostituire un criterio razionale di determinazione
della entità della variazione, che deve preesistere alla stessa e prescindere dall’effetto della
medesima sul bilancio della società.
Il ricorso deve quindi essere rigettato.
Nulla per le spese, non avendo la intimata svolto attività difensiva.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Ministero; rigetta il ricorso della Agenzia. Nulla per
le spese.