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D.L. Rilancio. Stop all’IRAP di giugno

Il D.L. Rilancio ha abolito i versamenti Irap da effettuarsi nel mese di giugno, ed in particolare:

- SALDO IRAP relativo al periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2019, fermo restando il versamento dell’acconto dovuto per il medesimo periodo di imposta;

- PRIMA RATA ACCONTO IRAP relativa al periodo di imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019. L’importo è comunque escluso dal calcolo dell’imposta da versare a saldo per lo stesso periodo d’imposta.

La previsione riguarda i soggetti, diversi da banche, intermediari finanziari, imprese di assicurazione, Amministrazioni ed enti pubblici, con ricavi o compensi non superiori a 250 milioni di euro nel periodo d’imposta 2019.

 

f24

Inarcassa: da giugno possibile compensare crediti d’imposta per il versamento dei contributi

Dal 1° giugno sarà possibile accedere versare i contributi Inarcassa, attraverso il Modello F24, compensando crediti d’imposta.

La compensazione potrà essere impiegata a partire dalla prima rata dei contributi minimi 2020, compilando il secondo riquadro della sezione “Altri enti previdenziali e assicurativi”.

CAUSALI CONTRIBUTO INARCASSA

Si riportano di seguito i codici da utilizzare, esclusivamente in corrispondenza delle somme indicate nel campo “importi a debito versati”:

  • E085 = Inarcassa – contribuzione soggettiva minima;
  • E086 = Inarcassa – contribuzione soggettiva conguaglio;
  • E087 = Inarcassa contribuzione integrativa minima;
  • E088 = Inarcassa contribuzione integrativa conguaglio;
  • E089 = Inarcassa contribuzione per maternità/paternità;
  • E090 = Inarcassa contribuzione società di ingegneria.

Gli altri campi esposti nella sezione vanno compilati come segue:

  • Codice Ente: 0011
  • Periodo di riferimento: indicare mese e anno di competenza del contributo da versare, nel formato MM/AAAA
  • Codice Sede: nessun valore
  • Codice Posizione: nessun valore.

Tutti i codici Inarcassa sono operativamente efficaci a decorrere dal 1° giugno 2020..

 

covid

Indennità Covid-19 di 600 euro ai professionisti iscritti alle casse: requisiti e modalità

Il decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali del 28 marzo 2020 ha esteso la ai professionisti iscritti alle casse previdenziali l’erogazione dell’indennità di 600 euro per fronteggiare la diminuzione del reddito conseguente alle misure connesse all”emergenza epidemiologica da Covid-19.

L’indennità è riconosciuta, per il mese di marzo 2020, ai professionisti e lavoratori autonomi iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria (Casse professionali) che abbiano percepito, nell’anno di imposta 2018, un reddito complessivo al lordo dei canoni di locazione assoggettati a “cedolare secca” o al regime delle locazioni brevi:
  • non superiore a 35.000 euro, se l’attività sia stata limitata dai provvedimenti restrittivi emanati in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da COVID-19;
  • tra 35.000 euro e 50.000 euro per cessazione dell’attività (con chiusura della partita IVA, nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 marzo 2020) o per riduzione o sospensione dell’attività lavorativa (a tal fine occorre una comprovata riduzione di almeno il 33% del reddito del primo trimestre 2020, rispetto al reddito del primo trimestre 2019). Il reddito è determinato secondo il principio di cassa.
Il professionista/lavoratore autonomo deve essere in regola con gli obblighi contributivi relativi all’anno 2019.
Le domande vanno presentate dal 1° aprile al 30 aprile 2020 al rispettivo ente di previdenza di iscrizione secondo modalità e schemi predisposti dai singoli enti previdenziali.
Alla domanda va allegata (a pena di inammissibilità) una dichiarazione del lavoratore interessato (DPR 28 dicembre 2000, n. 445) con la quale, a seconda della fattispecie per la quale il bonus è richiesto, il professionista attesti:
a) di essere lavoratore autonomo/libero professionista, non titolare di pensione;
b) di non essere percettore dei bonus 600 euro previsti dal decreto Cura Italia, né del reddito di cittadinanza;
c) di non aver presentato per il medesimo fine istanza ad altra forma di previdenza obbligatoria;
d) di aver percepito nell’anno di imposta 2018 un reddito non superiore agli importi stabiliti dal decreto;
e) di aver chiuso la partita IVA nel periodo compreso il 23 febbraio 2020 e il 31 marzo 2020, ovvero di aver subito una riduzione di almeno il 33 per cento del reddito relativo al primo trimestre 2020 rispetto al reddito del primo trimestre 2019, ovvero per i titolari di redditi inferiori a 35.000 euro, di essere nelle condizioni stabilite dal decreto;
Alla domanda va allegata la copia fotostatica del documento d’identità in corso di validità e del codice fiscale nonché le coordinate bancarie o postali per l’accreditamento dell’importo relativo al beneficio.
Gli enti di previdenza obbligatoria, dopo aver verificato la sussistenza dei requisiti, provvedono ad erogare l’indennità in base all’ordine cronologico delle domande presentate e accolte.
IL TESTO DEL DECRETO:
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Professionisti: l’impiego di collaboratori e tirocinanti compromette la deducibilità dei costi di studio?

Si segnala che sempre più frequentemente l’Agenzia delle Entrate contesta la deducibilità dei costi dello studio ai professionisti che operano con l’ausilio di collaboratori con partita IVA. L’Agenzia fiscale sostiene, infatti, che i costi dello studio debbano essere suddivisi tra tutti i professionisti, anche quelli (praticanti, collaboratori) che emettono fatture esclusivamente nei confronti del titolare dello studio. La posizione dell’ente accertatore trae spunto da un’isolata sentenza della Corte di Cassazione (29 luglio 2015,  sentenza n. 16035) con la quale veniva disconosciuta l’integrale deducibilità dei costi di studio ad un avvocato che operava coadiuvato da due “giovani collaboratori tirocinanti” . La Suprema Corte non solo rigettava la richiesta di integrale deducibilità dei costi da parte del titolare dello studio, ma anche la richiesta subordinata di ripartizione degli stessi in base al fatturato di ciascun professionista. Al titolare dello studio, pertanto, è stata consentita la deducibilità solo di un terzo dei costi di studio.

Ritenendo particolarmente rilevante la questione, sinora rimasta sottotraccia, stante la diffusione dei contratti di collaborazione negli studi professionali, ritengo utile condividere le memorie predisposte per l’accertamento con adesione proposto da un odontoiatra colpito da un avviso di accertamento del tipo descritto.

Scarica il fle:

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Decreto “Cura Italia”: proroga dei versamenti fiscali

Nel pomeriggio di oggi è stato finalmente approvato il Decreto “Cura Italia”, contenente, tra l’altro, la proroga delle scadenze fiscali programmate per oggi.

Il decreto prevede un trattamento differenziato tra soggetti aventi ammontare di ricavi inferiore o superiore a 2 milioni di euro.

  1. Imprese e professionisti con ricavi o compensi inferiori a 2 milioni di euro

Soggetti interessati:

Esercenti attività d’impresa, arte o professione con ricavi o compensi non superiori a 2 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto-legge.

Versamenti prorogabili:

Sono sospesi i versamenti da autoliquidazione che scadono nel periodo compreso tra l’8 marzo2020 e il 31 marzo 2020:

  • relativi alle ritenute alla fonte di cui agli articoli 23 e 24 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, e alle trattenute relative all’addizionale regionale e comunale, che tali soggetti operano in qualità di sostituti d’imposta;
  • relativi all’Iva (annuale e mensile);
  • relativi alle addizionali Irpef;
  • relativi ai contributi previdenziali e assistenziali, e ai premi per l’assicurazione obbligatoria.

Ripresa della riscossione:

I versamenti sospesi dovranno essere effettuati, senza applicazione di sanzioni ed

interessi, in un’unica soluzione entro il 31 maggio 2020 oppure mediante rateizzazione fino a un massimo di 5 rate mensili di pari importo a decorrere dal mese di maggio 2020.

  1. Imprese e professionisti con ricavi o compensi superiori a 2 milioni di euro

Soggetti interessati:

Esercenti attività d’impresa, arte o professione con ricavi o compensi superiori a 2 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto-legge.

Versamenti prorogabili:

Sono sospesi i versamenti da autoliquidazione che scadono nel periodo compreso tra l’8 marzo2020 e il 31 marzo 2020:

  • relativi alle ritenute alla fonte di cui agli articoli 23 e 24 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, e alle trattenute relative all’addizionale regionale e comunale, che tali soggetti operano in qualità di sostituti d’imposta;
  • relativi all’Iva (annuale e mensile);
  • relativi alle addizionali Irpef;
  • relativi ai contributi previdenziali e assistenziali, e ai premi per l’assicurazione obbligatoria.

Ripresa della riscossione:

I versamenti sospesi dovranno essere effettuati, senza applicazione di sanzioni ed

interessi, in un’unica soluzione entro il 20 marzo 2020.

 

Nei prossimi giorni provvederò ad informarvi sugli ulteriori contenuti del decreto.

 

Cordiali saluti.

 

Paolo Dalle Carbonare

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L’architetto può difendere in Commissione Tributaria in materia d’imposta di registro sulle operazioni immobiliari

L’architetto può difendere il contribuente nei giudizi avanti le Commissioni Tributarie aventi ad oggetto l’applicazione dell’imposta di registro nelle operazioni immobiliari. Lo ha affermato la Commissione Tributaria Regionale di Venezia, con sentenza ctr-venezia-sentenza-29-gennaio-2020-n-68 ha sancito che, “in base al combinato disposto degli artt. 2 comma 2 e 12 comma 2 del D.Lvo n. 546/92″ gli architetti sono abilitati alla difesa tecnica in materia di applicazione dell’imposta di registro vertente sulla definizione di bene non di lusso. La vicenda riguardava la qualifica di bene non di lusso di un’abitazione, con riferimento al requisito numero 6 del D.M. 2 agosto 1969, che prevede siano considerate di lusso 6) le singole unità immobiliari aventi superficie utile complessiva superiore a mq. 240 (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine   ctr-venezia-sentenza-29-gennaio-2020-n-68

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Compatibilità tra amministrazione e lavoro dipendente nella stessa società: l’Inps indica i requisiti

Con il messaggio n. 3359 del 17 settembre 2019, l’Inps è ritornata sulla vexata quaestio della compatibilità tra la titolarità di cariche sociali e l’instaurazione di un rapporto di lavoro dipendente in capo alla stesa società.

L’istituto compie un ampio excursus sull’evoluzione delle impostazioni in materia, ricordando che sin dagli anni ’90 la giurisprudenza della Suprema Corte ha sancito che l’incarico per lo svolgimento di un’attività gestoria, come quella dell’amministratore, in una società di capitali non esclude astrattamente la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato.

L’Inps conclude il proprio messaggio prevedendo che la valutazione della compatibilità dello status di amministratore di società di capitali (il riferimento è alle sole tipologie di cariche ritenute in astratto ammissibili) con lo svolgimento di attività di lavoro subordinato presuppone l’accertamento in concreto, caso per caso, della sussistenza delle seguenti condizioni:

  • che il potere deliberativo (come regolato dall’atto costitutivo e dallo statuto), diretto a formare la volontà dell’ente, sia affidato all’organo (collegiale) di amministrazione della società nel suo complesso e/o ad un altro organo sociale espressione della volontà imprenditoriale il quale esplichi un potere esterno;
  • che sia fornita la rigorosa prova della sussistenza del vincolo della subordinazione (anche, eventualmente, nella forma attenuata del lavoro dirigenziale) e cioè dell’assoggettamento del lavoratore interessato, nonostante la carica sociale, all’effettivo potere di supremazia gerarchica (potere direttivo, organizzativo, disciplinare, di vigilanza e di controllo) di un altro soggetto ovvero degli altri componenti dell’organismo sociale a cui appartiene; il soggetto svolga, in concreto, mansioni estranee al rapporto organico con la società; in particolare, deve trattarsi di attività che esulino e che pertanto non siano ricomprese nei poteri di gestione che discendono dalla carica ricoperta o dalle deleghe che gli siano state conferite.

IL MESSAGGIO DELL’INPS: messaggio-inps-n-3359-del-17-settembre-2019

settembre

La professione di ingegnere è compatibile con l’attività agricola

Buongiorno, sono un ingegnere iscritto all’Ordine degli Ingegneri di Treviso ed esercito la libera professione con iscrizione ad inarcassa. Avrei la necessità di estendere la partita iva con una nuova attività per la vendita dell’uva. Rimarrei comunque iscritto ad inarcassa trattandosi questa di una attività secondaria. Chiedo se tale operazione sia fattibile o se vi siano delle incompatibilità con l’esercizio della professione.

Il vostro iscritto chiede se vi siano incompatibilità tra l’esercizio della professione di ingegnere ed il possesso di partita IVA per la vendita di uva.

L’ordinamento della professione di ingegnere non prevede incompatibilità tra le due attività.

Sotto il profilo fiscale, nulla osta all’esercizio delle due attività, purché siano rispettati i rispettivi regimi fiscali previsti per la determinazione del reddito.

Dal punto di vista contributivo, l’iscritto potrà continuare a mantenere l’iscrizione ad Inarcassa solo nel caso la sua attività secondaria agricola non comporti l’iscrizione obbligatoria all’Inps. Ricordo, infatti, che uno dei requisiti per il diritto/dovere di iscrizione ad Inarcassa (assieme all’iscrizione all’Ordine ed il possesso di partita IVA) è l’assenza di altra copertura previdenziale obbligatoria, quale quella di lavoro  dipendente o di lavoro autonomo che comporti una delle gestioni specifiche dell’Inps quali, per ciò che riguarda l’iscritto, quella riservata ai coltivatori diretti.

Paolo Dalle Carbonare

 

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Nuovi forfettari con ricavi o compensi inferiori a 65 mila euro

Come da tempo preannunciato, dal 2019 è aumentato a 65 mila euro il limite per poter aderire al regime forfettario, che prevede il pagamento di un’imposta sostitutiva del 15% al posto di Irpef, addizionali e Irap. I nuovi forfettari emetteranno fattura senza applicazione dell’Iva e non potranno detrarsi l’imposta pagata sugli acquisti. Ulteriori agevolazioni riservate a chi aderisce al regime forfettario sono l’esclusione dall’obbligo di fatturazione elettronica e la non obbligatorietà di tenuta delle scritture contabili.

Possono aderire al regime le persone fisiche esercenti attività d’impresa o arti e professioni che nel 2018 abbiano conseguito ricavi o compensi nel 2018 inferiori a 65 mila euro. Rispetto alla disciplina precedentemente in vigore, non è più rilevante, ai fini dell’accesso al regime, che la persona fisica abbia avuto personale dipendente sostenendo una spesa superiore a 5 mila euro, che abbia utilizzato beni strumentali oltre 20 mila euro, o che abbia percepito redditi di lavoro dipendente oltre 30 mila euro.

Non potranno aderire al regime forfettario i soggetti che detengono partecipazioni in società di persone, associazioni o partecipino ad imprese familiari e coloro che controllano una Srl o una associazione in partecipazione che svolga una attività riconducibile a quella svolta dalla persona fisica in regime forfettario. Sono altresì esclusi dal regime i soggetti che svolgono l’attività imprenditoriale o di lavoro autonomo nei confronti del proprio datore di lavoro o di colui che lo è stato nei due periodi di imposta precedenti.

Il regime forfettario è il regime naturale per tutti i soggetti che nel 2018 abbiano conseguito ricavi o compensi inferiori a 65 mila euro, indipendentemente dal regime sinora applicato.

L’accesso al regime prevede che, sin dalla prima fattura del 2019, il contribuente annoti in fattura la descrizione «Prestazione non soggetta a Iva legge 190/2014 – regime forfettario».

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Professionisti: stop allo split payment dal 14 luglio

Una delle più rilevanti novità previste dal DL 12 luglio 2018, n. 87 (c.d. “Decreto Dignità”) prevede la cessazione dell’obbligo di emissione della fattura con il meccanismo dello “split payment” da parte dei professionisti.

 Fino a venerdì 13 luglio i professionisti che emettevano fatture nei confronti delle pubbliche amministrazioni e delle loro controllate, avevano l’obbligo di applicazione del meccanismo dello split payment, che prevedeva il versamento del tributo Iva da parte dell’amministrazione destinataria della fattura anziché da parte dell’emittente la stessa.

Da sabato 14 luglio lo split payment non si applica più ai compensi assoggettati a ritenuta d’acconto o d’imposta, vale a dire la generalità dei professionisti.

Ciò comporta rilevanti cambiamenti:

- il professionista emette la fattura e sulla stessa non deve più indicare la dizione “scissione dei pagamenti”;

- il cliente che riceve la fattura, al momento del pagamento, deve trattenere la ritenuta mentre deve versare al professionista l’Iva relativa e, se ammesso, può portarla in detrazione;

- il professionista a fronte dell’emissione della fattura per la quale gli nasce un debito Iva, deve liquidare l’imposta e versarla all’erario.