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Dal 2018 reclamo per i ricorsi di valore inferiore a 50.000 Euro

A partire dal 2018 è  estesa l’area di applicazione dell’istituto del reclamo-mediazione alle controversie, ora applicabile ai ricorsi di valore non superiore a cinquantamila euro.

 

Il nuovo limite è applicabile a tutti  gli atti impugnabili notificati a partire dal prossimo 1° gennaio 2018 (vale la data di ricezione, non quella di spedizione del provvedimento). Per i ricorsi avverso il silenzio-rifiuto di rimborso dei tributi dovrà farsi riferimento alla data in cui il silenzio si è formato. L’innalzamento del limite vale per i rimborsi per i quali, al 31.12.2017, non si è ancora formato il silenzio-rifiuto.

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Nulla per omessa motivazione la sentenza che non esplicita il percorso logico che la sorregge

È nulla e va cassata la sentenza che, con motivazioni del tutto generiche e apodittiche e rinviando alla pronuncia di primo grado, sia completamente carente dell’illustrazione delle critiche mosse dall’appellante e delle considerazioni che hanno indotto la commissione regionale a disattenderle.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 8 novembre 2016, n. 22693, che ha accolto le ragioni del contribuente. I giudici di legittimità hanno affermato la motivazione è omessa o apparente quando il giudice di merito omette di indicare, nel contenuto della sentenza, gli elementi dai quali ha desunto il proprio convincimento ovvero, pur individuando questi elementi, non ha proceduto ad una loro disamina logico-giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito.

Cassazione, sentenza 8 novembre 2016, n. 22693

Fonte: Il Sole 24 Ore

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La compensazione delle spese va sempre motivata con precisione

Con Ordinanza 10917/2016,  depositata il 26 maggio 2016, la Cassazione ha ribadito che il giudice deve sempre indicare con precisione le ragioni per le quali ha compensato le spese di giudizio, ed in particolari i motivi per i quali la soluzione del dubbio interpretativo possa definirsi di eccezionale gravità.  
La compensazione delle spese, secondo la decisione della Suprema Corte,  è dunque subordinata alla presenza di gravi ed eccezionali ragioni e tale esigenza non è soddisfatta quando il giudice abbia compensato le spese «per motivi di equità», non adeguatamente specificati. Le «gravi ed eccezionali ragioni» devono riguardare specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa. La sussistenza di un imprecisato contrasto nella giurisprudenza di merito, pur in assenza di un preciso orientamento della Suprema corte, non può essere ricondotta a tale “deroga”, poiché si tratta di una circostanza non idonea ad accreditare un ragionevole affidamento della parte sulla fondatezza delle proprie ragioni. 

 

Fonte: Il Sole 24 ore, 27 maggio 2016

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Le spese di lite seguono la soccombenza

Le spese del giudizio tributario, a partire dal 1° gennaio 2016 seguiranno la soccombenza, con minore possibilità per la commissione tributaria di compensare in tutto o in parte le medesime spese, che sarà consentita solo “in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere espressamente motivate”.
La regola generale che il giudice dovrà applicare, già espressa dai giudici di legittimità (Cass. 21 gennaio 2015, n. 930) è che deve essere che “la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese processuali”.

Il giudice potrà disporre la compensazione delle spese del giudizio solo qualora vi sia stata la soccombenza reciproca o nel caso sussistano gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere espressamente motivate dal giudice nel dispositivo sulle spese.

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La mancanza dell’avviso di ricevimento rende inammissibile il ricorso

La mancata produzione della cartolina di ricevimento non comporta la mera nullità del procedimento notificatorio, bensì l’insussistenza della conoscibilità dell’atto. Conseguentemente risulta inammissibile il ricorso introduttivo nell’ipotesi di mancata costituzione in giudizio della controparte, in quanto non si può accertare l’effettiva e valida costituzione del contraddittorio, anche qualora risulti provata la tempestività dell’impugnazione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 26108, depositata il 30 dicembre 2015, rilevando che il mancato deposito della cartolina A/R e la contestuale contumacia della parte destinataria della notifica, rende il ricorso del Fisco inammissibile.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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L’Amministrazione deve provare l’oggettiva inesistenza dell’operazione

In caso di contestazione di emissione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, l’Agenzia delle Entrate deve provare l’inesistenza dell’operazione economica e non l’esistenza di un ragionevole sospetto in ordine all’inesistenza stessa.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 11 novembre 2015, n. 23065, secondo la quale, sul piano probatorio, «qualora l’amministrazione contesti l’indebita detrazione di fatture, relative ad operazioni inesistenti, spetta alla stessa, adducendo la falsità del documento e quindi l’inesistenza di un maggior imponibile, provare che l’operazione commerciale in realtà non è stata mai posta in essere, anche attraverso elementi presuntivi».

Non è quindi sufficiente la prova da parte dell’amministrazione finanziaria di un «ragionevole sospetto in ordine all’inesistenza dell’operazione economica», ma occorre che la stessa fornisca in giudizio la prova della «inesistenza dell’operazione, anche mediante presunzioni».

Cassazione, sentenza 11 novembre 2015, n. 23065

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Valido il ricorso al quale non è allegato il PVC

Il ricorso proposto senza che sia stato allegato il Pvc su cui è fondato l’ accertamentonon è inammissibile poiché il documento può essere sempre prodotto in seguito anche su richiesta del giudice. Ad affermarlo è la sentenza 20658/2015 della Cassazionedepositata ieri.

E’ valido il ricorso presentato dal contribuente che non aveva allegato al ricorso il PVC sul quale si fondava l’accertamento impugnato. Il documento può essere presentato successivamente, anche su richiesta del giudice.

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione con sentenza 14 ottobre 2015, n. 20658, secondo la quale la sanzione di inammissibilità del ricorso, stabilita dall’articolo 22 del D. Lgs. 546/92 non opera con riferimento all’omesso deposito dell’originale (o della fotocopia) dell’atto impugnato, poiché può essere prodotto anche in un momento successivo o anche su impulso del giudice.

La Cassazione ha così evidenziato che se ciò vale per l’atto oggetto di impugnazione, a maggior ragione il principio trova applicazione per il Pvc, non allegato all’avviso di accertamento per essere già conosciuto dal contribuente.

L’onere di produrre il verbale di constatazione dal quale risultano i fatti posti a base dei rilievi contenuti nella pretesa, secondo la Suprema Corte, è a carico dell’ente impositore.

Cassazione, sentenza 14.10.2015, n. 20658