medici

Sulla responsabilità medica parola alle Sezioni Unite

Non trova ancora unanime interpretazione la questione della responsabilità medica del professionista. La disciplina è oggi regolata dalla legge Gelli Bianco (L. 8 marzo 2017, n. 24), che ha cancellato la precedente disciplina della legge 189/2012, introducendo la causa di esclusione della punibilità per il medico imputato di omicidio colposo o lesioni personali colpose. La causa è operativa se l’evento si è verificato per imperizia, escluse le ipotesi di negligenza e imprudenza, ma sono state rispettate le raccomandazioni contenute nelle linee guida o – in mancanza – le buone pratiche clinico assistenziali.

L’applicazione della norma ha già trovato incontrato interpretazioni contrastanti. Secondo una prima pronuncia (n. 28187/2017) la disciplina precedente era più favorevole perchè aveva escluso la rilevanza penale delle condotte caratterizzate da colpa lieve in contesti regolati da linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. La “Gelli Bianco” ha eliminato la distinzione tra colpa lieve e colpa grave per l’attribuzione della responsabilità, dettando nello stesso tempo una nuova articolata disciplina sulle linee guida che rappresentano il parametro per la valutazione della colpa per imperizia in tutte le sue espressioni.

Secondo altra interpretazone (50078/2017, invece, la nuova disciplina sarebbe più favorevole, avendo previsto una causa di esclusione dalla punibilità a favore del medico che, a determinate condizioni opera su tutti i casi di imperizia, indipendentemente dal grado della colpa.

Sul contrasto dovranno pronunciarsi le Sezioni Unite nell’udienza del 21 dicembre 2017.

fonte: Il Sole 24 Ore

lastrico-solare

Le spese per il rifacimento del lastrico solare sono a carico dei proprietari degli immobili che ne traggono utilità

Le norme dettate dal codice civile sulle spese di rifacimento del lastrico solare sono chiare nello stabilire il criterio cardine per la ripartizione delle stesse, costituito dall’utilità e dal vantaggio tratto dai proprietari degli immobili cui il lastrico solare serve in quanto funge da copertura. Di conseguenza, è corretta la scelta dell’assemblea condominiale di porre la spesa a carico dei soli proprietari i cui appartamenti ricadono nella colonna d’aria sottostante. 

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fonte: Il Sole 24 Ore

 

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Locazioni non abitative: il mancato rilascio delle autorizzazioni costituisce inadempimento del locatore

Costituisce inadempimento del locatore la mancata concessione dei titoli autorizzativi per l’esercizio dell’attività commerciale, quando ciò dipenda da carenze intrinseche o da caratteristiche proprie del bene locato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con sentenza del 26 luglio 2016, n. 15377, che ha stabilito che nel contratto di locazione di un immobile per uso diverso da quello di abitazione, la mancanza delle autorizzazioni o concessioni amministrative che condizionano la regolarità del bene sotto il profilo edilizio – e, in particolare, la sua abitabilità e la sua idoneità all’esercizio di un’attività commerciale – costituisce inadempimento del locatore che giustifica la risoluzione del contratto ai sensi dell’articolo 1578 c.c., a meno che il conduttore non sia a conoscenza della situazione e l’abbia consapevolmente accettata, non assumendo alcun rilievo il fatto che il locatore – riconoscendo implicitamente il proprio inadempimento – abbia presentato domanda di concessione in sanatoria e che sulla relativa istanza non ci sia stato ancora un pronunciamento definitivo.

Corte di Cassazione, sentenza 26 luglio 2016, n. 15377

Fonte: Il Sole 24 Ore

condominio

Spetta la provvigione anche in caso di intestazione dell’immobile ad un terzo

Spetta la provvigione al mediatore anche se l’appartamento visionato da un soggetto, viene successivamente intestato ad una terza persona.

Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Lecce con sentenza 28 giugno 2016, n. 688, che ha statuito che “il diritto del mediatore alla provvigione, ex art. 1755 c.c., deve essere riconosciuto in relazione alla conclusione dell’affare e non già in relazione alla conclusione del relativo negozio giuridico tra le stesse parti, cosicché il mediatore ha diritto alla provvigione anche se le parti dell’affare sostituiscano altri a se stesse nella stipulazione del contratto”. 

Corte d’appello di Lecce, sentenza 28 giugno 2016, n. 688

 

Fonte: Il sole 24 Ore

fondo patrimoniale

Il fondo patrimoniale “tiene” se i debiti tributari sono contratti per scopi estranei alla famiglia

Spetta al giudice il giudizio, da effettuarsi secondo criteri soggettivi e non oggettivi, se i debiti tributari sono stati contratti per scopi estranei alla famiglia, così determinando l’impignorabilità dei beni conferiti in fondo patrimoniale.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 22212 del 3 novembre 2016 che, ribadendo che i debiti tributari si intendono presuntivamente contratti per soddisfare i bisogni della famiglia, perché l’attività imprenditoriale e/o professionale viene sempre svolta con tale fine, ha sancito che tale valutazione deve essere effettuata dal giudice non in senso oggettivo bensì soggettivo, in base alle scelte discrezionali dei coniugi. Se il contribuente debitore vuole evitare il pignoramento di questi beni deve sempre provare che sono stati effettivamente contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

La Cassazione ha sancito il seguente principio di diritto: “Il criterio identificativo per i debiti su cui può avere luogo l’esecuzione sui beni del fondo patrimoniale non riguarda la natura dell’obbligazione bensì la relazione tra il fatto generatore di essa ed i bisogni della famiglia. Questo in quanto, ancorché possa essere sufficiente per il creditore procedente che il debito tributario sia sorto nell’esercizio di un’attività imprenditoriale e/o professionale, occorre la sua attitudine a garantire il potenziale soddisfacimento dei bisogni familiari, intesi non in senso oggettivo bensì soggettivo, ossia come ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare prescelto. Il contribuente che intende avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti nel fondo patrimoniale deve provare, oltre alla sua regolare costituzione, anche che il debito per il quale il creditore sta procedendo è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia. Questo al fine di consentire al giudice di pervenire, anche in via presuntiva, all’esclusione della loro riconducibilità ai bisogni della famiglia”.

Cassazione, sentenza 3 novembre 2016, n. 22212

Fonte: Il Sole 24 ore

 

manutenzioni

Nulla la locazione dell’immobile abusivo

E’ nullo per illiceità della causa il contratto di locazione di un immobile abusivo.

Così ha sentenziato il Tribunale di Taranto, con sentenza 27 gennaio 2015, n. 28.

Secondo il Tribunale tarantino il contratto di locazione implica l’utilizzazione del corpo del reato, identificato nell’immobile abusivo, al fine di trarne profitto, ficabile ex articolo 240 del codice penale nel canone di locazione retraibile che non è in concreto confiscabile, unitamente all’immobile realizzato abusivamente, soltanto per la prevalenza delle attribuzioni devolute all’autorità amministrativa che determinano l’acquisizione dei predetti beni al patrimonio del Comune, mentre l’applicazione degli istituti generali di diritto penale e processuale penale produrrebbe l’acquisizione al patrimonio dello Stato, ovverosia di un diverso soggetto giuridico».

Ne consegue, prosegue la sentenza, che il contratto di locazione «ha causa illecita e, di conseguenza, è nullo ex art. 1418 codice civile , in quanto diretto ad assicurare il profitto del reato mediante l’utilizzazione della cosa madre, costituente il corpo del reato, per la produzione di frutti civili». In tal modo, continua il giudice, «si consolida ed aggrava l’offesa all’interesse protetto dalla norma penale incriminatrice, pur se in un momento successivo al completamento dell’antigiuridicità della condotta penalmente rilevante, conclusasi con la realizzazione dell’immobile abusivo».

E l’illiceità della causa discende dalla configurazione normativa del negozio delineata dall’articolo 1571 del codice secondo cui «la locazione è il contratto col quale una parte si obbliga a far godere all’altra una cosa mobile o immobile per un dato tempo verso un determinato corrispettivo». Infatti, in simili ipotesi, le utilità che il conduttore potrà acquisire mediante il suo diritto personale di godimento «deriveranno da una cosa costituente corpo del reato, mentre il corrispettivo di tale godimento, di per sé illecito, sarà costituito dai canoni di locazione riconducibili nel novero del “profitto del reato” soggetto a confisca facoltativa».

Fonte: Il Sole 24 Ore

contratti

Le clausole penali del contratto possono essere approvate anche senza doppia firma

Le clausole penali inserite nel contratto non devono essere approvate con doppia firma ai sensi dell’articolo 1341 c.c. in quanto non sono clausole vessatorie.

Così ha deciso il Tribunale di Padova con sentenza 29 gennaio 2015, n. 274, ricordando che «in materia contrattuale le caparre, le clausole penali ed altre simili, con le quali le parti abbiano determinato in via convenzionale anticipata la misura del ristoro economico dovuto all’altra in caso di recesso o di inadempimento, non avendo natura vessatoria, non rientrano tra quelle di cui all’art. 1341 cod. civ . e non necessitano, pertanto, di specifica approvazione».

 

locazioni

Locazioni, valido il contratto a canone crescente

E’ valida la clausola contrattuale che prevede un canone di locazione crescente negli anni, purché trovi giustificazione causale nell’assetto che le parti hanno dato ai rispettivi interessi nel contratto e non svolga la funzione di aggiornamento del canone svincolata dai criteri stabiliti dall’articolo 32 della legge 398/1978.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 24 marzo 2015, n. 5849.

condominio

Solidarietà tra venditore ed acquirente per le spese condominiali

 

Venditore e compratore rispondono in solido nei confronti del condominio per le spese riguardanti la gestione in cui ha effetti la cessione e per quella precedente.

Lo ha deciso il Tribunale di Milano con la sentenza n. 1240 del 20 marzo 2015, stabilendo che, indipendentemente però da eventuali accordi in sede di rogito notarile tra vecchio e nuovo condomino, l’amministratore possa rivolgersi sia al nuovo che al vecchio condomino per chiedere il pagamento delle spese inerenti il predetto periodo. La sentenza ha inoltre puntualizzato che l’obbligo di pagare le spese condominiali resta in capo a colui che era proprietario dell’immobile al momento in cui è stato erogato il servizio o eseguito l’intervento comune a cui la spesa fa capo.