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Professionisti: l’impiego di collaboratori e tirocinanti compromette la deducibilità dei costi di studio?

Si segnala che sempre più frequentemente l’Agenzia delle Entrate contesta la deducibilità dei costi dello studio ai professionisti che operano con l’ausilio di collaboratori con partita IVA. L’Agenzia fiscale sostiene, infatti, che i costi dello studio debbano essere suddivisi tra tutti i professionisti, anche quelli (praticanti, collaboratori) che emettono fatture esclusivamente nei confronti del titolare dello studio. La posizione dell’ente accertatore trae spunto da un’isolata sentenza della Corte di Cassazione (29 luglio 2015,  sentenza n. 16035) con la quale veniva disconosciuta l’integrale deducibilità dei costi di studio ad un avvocato che operava coadiuvato da due “giovani collaboratori tirocinanti” . La Suprema Corte non solo rigettava la richiesta di integrale deducibilità dei costi da parte del titolare dello studio, ma anche la richiesta subordinata di ripartizione degli stessi in base al fatturato di ciascun professionista. Al titolare dello studio, pertanto, è stata consentita la deducibilità solo di un terzo dei costi di studio.

Ritenendo particolarmente rilevante la questione, sinora rimasta sottotraccia, stante la diffusione dei contratti di collaborazione negli studi professionali, ritengo utile condividere le memorie predisposte per l’accertamento con adesione proposto da un odontoiatra colpito da un avviso di accertamento del tipo descritto.

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E’ legittimo l’accertamento parziale fondato sulla ricostruzione induttiva dei redditi?

L’articolo 41 bis del D.P.R. 600/73  autorizza l’Amministrazione, in deroga al principio dell’unicità dell’accertamento, ad accertare parzialmente i redditi del contribuente nel caso in cui dalle attività istruttorie risultino elementi che consentono di stabilire con certezza l’esistenza di un reddito non dichiarato. Si tratta di uno strumento utilizzabile quando il verificatore è in possesso solo di alcuni elementi certi in relazione ad atti o fatti specifici. La sua finalità, pertanto, è di consentire all’amministrazione un più rapido percorso in caso di disponibilità di materiale istruttorio ad efficacia probatoria diretta, per la formalizzazione di recuperi e sanzioni specificamente riferiti ad una violazione ben identificata.

Ciò porta ad escludere l’utilizzabilità dell’accertamento parziale nei casi in cui la maggior pretesa impositiva si fonda su ragionamenti ed elaborazioni di tipo induttivo o presuntivo, e in generale in tutte le situazioni connotate da una certa complessità di tipo valutativo e interpretativo.

Nel caso di accertamento costruito su base induttiva, pertanto, non sono realizzati i presupposti per accedere ad un accertamento parziale. Ove ciò si verificasse, il provvedimento sarebbe illegittimo.

 

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Illegittimo per contraddittorietà della motivazione il provvedimento che non indica puntualmente il tipo di accertamento

Accade sempre più spesso che gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate riportino riferimenti plurimi alle norme in tema di accertamento. Così può accadere che il contribuente riceva un avviso di accertamento emesso “ai sensi degli (articoli) 39 comma 2, 41 bis del D.P.R. 600/1973 e dell’art. 54 del D.P.R. 633/1972”.

L’articolo 7 dello Statuto dei diritti del contribuente, l’articolo 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e, più in particolare in merito al contenuto dell’avviso di accertamento, l’articolo 42 del D.P.R. 29 settembre, n. 600, prevedono che gli atti dell’Amministrazione finanziaria siano motivati e debbano recare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che determinano la decisione dell’amministrazione.

La funzione della motivazione risponde al principio di buona amministrazione, ovvero all’esigenza che l’azione amministrativa sia esplicata in modo appropriato in vista del perseguimento dell’interesse presidiato dalla legge. La giurisprudenza della Suprema Corte (sentenza 17 ottobre 2014, n. 22003) ha ben spiegato che la motivazione chiarisce “il nesso corrente tra la norma tributaria e l’obbligazione affermata esistente nella situazione concreta, onde circoscrivere la materia del contendere”, precisando che la stessa costituisce lo strumento essenziale di garanzia del diritto di difesa del contribuente, che deve essere posto nelle condizioni di conoscere la pretesa tributaria e le norme in base alle quali la stessa è stata determinata. In merito alla scelta del tipo di accertamento attraverso il quale esercitare il potere impositivo e sanzionatorio, in particolare,  l’Amministrazione non è libera, ma vincolata all’esistenza di precise situazioni di fatto. Il contribuente, pertanto, deve essere posto in grado di conoscere il tipo di accertamento che l’Agenzia delle Entrate ha inteso effettuare nei suoi confronti e le norme che lo prevedono e disciplinano.

E’ sempre meno raro che l’accertamento sia effettuato “ai sensi degli (articoli) 39 comma 2, 41 bis  del D.P.R. 600/1973 e dell’art. 54 del D.P.R. 633/1972”. Questo tipo di dichiarazione è, quantomeno, disorientante per il contribuente, posto che le norme richiamate fanno riferimento a tre tipi di accertamento aventi presupposti e modalità di esecuzione assolutamente contrastanti.

L’articolo 39, comma 2, del D.P.R. 600/1973 regola l’accertamento induttivo, che consente, a determinate condizioni, di accertare il contribuente prescindendo dalle risultanze delle scritture contabili, avvalendosi di presunzioni “semplicissime”, ovvero prive dei requisiti di gravità precisione e concordanza. L’accesso all’accertamento induttivo è consentito solo a condizione di gravi irregolarità contabili che non consentano di determinare il reddito in modo analitico.

Diversi sono i presupposti che permettono di procedere con l’accertamento regolato dall’articolo 41 bis del D.P.R. 600/73, che autorizza i verificatori ad accertare il contribuente, seppur in forma parziale, quando siano in possesso di prove certe che consentano di stabilire l’esistenza di un reddito non dichiarato. L’accertamento parziale, quindi, non può essere supportato da presunzioni, ma da elementi certi in possesso dell’amministrazione.

In materia di IVA, poi, l’articolo 54 del D.P.R. 633/72 prevede la rettifica delle dichiarazioni sulla base di dati certi o, al più, sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti. E’ escluso che l’articolo possa riguardare accertamenti induttivi fondati su presunzioni semplicissime, poiché tale fattispecie è regolata dal successivo articolo 55 rubricato, appunto “Accertamento induttivo”.

Non è chiaro, in questi casi, quale sia il tipo giuridico sul quale è stato costruito l’avviso di accertamento impugnato. Parrebbe di capire che, sulla base dei medesimi fatti, l’Agenzia delle Entrate effettui un accertamento induttivo ai fini delle imposte dirette e un accertamento analitico ai fini IVA.

Il diritto di difesa del contribuente ne risulta assolutamente confiscato e, pertanto, l’accertamento deve ritenersi illegittimo per contraddittorietà della motivazione, poiché non pone il contribuente nelle condizioni di poter sindacare sui presupposti che consentono l’uno o l’altro tipo di accertamento.

 

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E’ illegittimo l’accertamento catastale basato su non meglio determinati “immobili similari”

La mancata specifica indicazione degli immobili similari e dei prontuari di settore su cui risulta fondato l’accertamento catastale non può consentire al contribuente alcuna difesa in ordine alla affermata similarietà degli immobili paragonati. In tal modo viene confiscato il diritto di difesa del contribuente. Con questa motivazione la ctp-venezia-sentenza-31-gennaio-2020-n-161 ha ritenuto illegittimo un avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate  aveva riattribuita la rendita di un albergo.

La sentenza: ctp-venezia-sentenza-31-gennaio-2020-n-161

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L’architetto può difendere in Commissione Tributaria in materia d’imposta di registro sulle operazioni immobiliari

L’architetto può difendere il contribuente nei giudizi avanti le Commissioni Tributarie aventi ad oggetto l’applicazione dell’imposta di registro nelle operazioni immobiliari. Lo ha affermato la Commissione Tributaria Regionale di Venezia, con sentenza ctr-venezia-sentenza-29-gennaio-2020-n-68 ha sancito che, “in base al combinato disposto degli artt. 2 comma 2 e 12 comma 2 del D.Lvo n. 546/92″ gli architetti sono abilitati alla difesa tecnica in materia di applicazione dell’imposta di registro vertente sulla definizione di bene non di lusso. La vicenda riguardava la qualifica di bene non di lusso di un’abitazione, con riferimento al requisito numero 6 del D.M. 2 agosto 1969, che prevede siano considerate di lusso 6) le singole unità immobiliari aventi superficie utile complessiva superiore a mq. 240 (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine   ctr-venezia-sentenza-29-gennaio-2020-n-68

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Può aderire al regime forfetario nel 2020 il contribuente che nel 2019, pur avendone i requisiti, non vi ha aderito

Si verifica spesso il caso di contribuenti che avrebbero potuto aderire al regime forfettario nel 2019, avendone tutti i requisiti ma che, per vari motivi, non lo hanno fatto, rimanendo nel regime semplificato. Ci si è chiesti se la mancata adesione avesse effetto di opzione per il regime semplificato, che comporterebbe un vincolo per tre esercizi.

L’Agenzia con la risoluzione 64/E/2018 ha chiarito che qualora un’impresa abbia optato per la contabilità semplificata di cui all’articolo 18 del Dpr 600/1973, pur possedendo i requisiti previsti per l’applicazione del regime forfettario, può passare al regime forfettario senza attendere il decorso di un triennio, anche qualora abbia scelto la modalità di registrazione di cui al comma 5 dell’articolo 18 (sistema delle registrazioni), in quanto trattasi di due regimi naturali dei contribuenti minori.

La circolare 9/2019 ha ribadito che i contribuenti possono sempre transitare dal regime semplificato al forfettario, se in possesso dei requisiti per la sua applicazione, perché il contribuente passa da un regime naturale a un altro regime naturale.

circolare-n-9-del-10-aprile-2019

risoluzione-n-64-del-14-settembre-2018

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Deducibili le spese di una sola auto se nella Sas solo un socio è agente

Non è inerente il costo della seconda auto della Sas nella quale un solo socio esercita l’attività di agente di commercio. Secondo la Commissione tributaria di Treviso (ctp-treviso-sentenza-16-dicembre-2019-n-394) l’inerenza del costo va provata dal contribuente in maniera specifica. A nulla rileva che l’articolo 164 Tuir non preveda, per le imprese, un limite al numero di autovetture utilizzabili dall’imprenditore.

La sentenza: ctp-treviso-sentenza-16-dicembre-2019-n-394

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Regione Veneto: pubblicato il bando per l’acquisizione di servizi a sostegno dell’innovazione

La Regione Veneto ha pubblicato, il 27 dicembre 2019, un bando a sostegno dell’innovazione e del trasferimento delle conoscenze presso le imprese, favorendo la progettazione e la sperimentazione di soluzioni innovative e l’integrazione e l’innovazione delle strategie organizzative e di business tra imprese, università, centri di ricerca e centri di trasferimento tecnologico e di conoscenza.
I progetti devono prevedere l’acquisizione di servizi specialistici di consulenza e di sostegno all’innovazione tecnologica, strategica od organizzativa, tra cui: innovazione nella fase di concetto e di progettazione-sperimentazione, innovazione strategica per l’introduzione di nuovi prodotti/servizi, up-grading organizzativo. I fornitori dei servizi specialistici devono essere registrati nel catalogo del portale Innoveneto, a cui possono iscriversi, ad esempio, professionisti specializzati e laboratori altamente qualificati, centri di ricerca, Università e altri organismi di ricerca.

I dati salienti del bando: veneto_servizi-per-linnovazione

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Al vaglio della Corte Costituzionale la legittimità della norma che tiene in vita le società estinte

La cancellazione della società dal Registro delle imprese comporta, ai sensi dell’articolo 2495 c.c., che “(…) Ferma restando l’estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi (…)”. La cancellazione dal Registro delle imprese delle società determina, ipso facto, l’estinzione, indipendentemente dall’esistenza di creditori non soddisfatti o di rapporti giuridici non ancora definiti.

L’articolo 28, comma 4, del Decreto Legislativo 175/2014 ha tuttavia disposto che “Ai soli fini della validità  e  dell’efficacia  degli  atti  di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei  tributi  e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di  cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque  anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese”.

La norma, che introduce una deroga al principio esposto nel codice civile limitata all’ambito fiscale, presenta palesi profili di illegittimità costituzionale, sia con riferimento all’articolo 3 della Costituzione, sia per eccesso di delega.

Sotto il primo profilo è del tutto evidente che la scelta di differire l’efficacia dell’estinzione della società con  riguardo  ai  soli  rapporti  con l’Amministrazione  finanziaria,  facendo  rivivere   per   un   così rilevante lasso di tempo un soggetto ormai  estinto,  si  risolve  in un’ingiustificata  disparità  di  trattamento  rispetto  agli  altri creditori sociali, per i quali l’estinzione di una società  coincide con  la  sua  cancellazione  dal  registro  delle  imprese.

Per quanto riguarda il secondo profilo di illegittimità, è evidente l’eccesso  di  delega  in  cui  è incorso il legislatore delegato.  Invero  l’art.  7  della  legge  di delegazione n. 23 del  2014,  espressamente  richiamato  dal  decreto legislativo  n.  175/2014  fa  riferimento  “alla   revisione   degli adempimenti, con particolare riferimento a  quelli  superflui  o  che diano luogo, in tutto o in parte, a duplicazioni anche in riferimento alla struttura delle  addizionali  regionali  e  comunali,  ovvero  a quelli  che  risultino  di  scarsa  utilità  per   l’amministrazione finanziaria ai fini dell’attività di controllo e di  accertamento  o comunque non conformi al principio di proporzionalità”.  Orbene,  la scelta  di  rendere  inefficace  nei  confronti  dell’amministrazione finanziaria l’intervenuta estinzione di  un  soggetto  giuridico  non può farsi rientrare tra le misure finalizzate all’eliminazione degli adempimenti superflui o di  scarsa  utilità,  mirando  piuttosto  ad ampliare il raggio di  azione  dell’amministrazione  finanziaria.  E’ significativo, peraltro, che nella relazione illustrativa al  decreto legislativo n. 175/2014  si  affermi  espressamente  che  l’obiettivo della norma è quello di evitare che le azioni di recupero  poste  in essere dagli enti creditori possano essere vanificate dall’estinzione della società.

La questione di legittimità costituzionale, per come sopra rappresentata, è stata già sollevata avanti al Giudice delle leggi (dalla Commissione Tributaria Provinciale di Benevento, con Ordinanza n. 142 del 13 marzo 2019), avanti la quale è tuttora pendente.

 

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Manovra di fine anno: estensione del regime del reverse charge

Viene esteso il regime del reverse charge Iva alle prestazioni di servizi diversi da quelle di cui alle lettere da a) ad a-quater), dell’articolo 17, comma 6, D.P.R. 633/1972, effettuate tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati caratterizzati dal prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o a esso riconducibili in qualunque forma.

Tale previsione non si estende alle operazioni effettuate nei confronti di P.A. e altri enti e società di cui all’articolo 17-ter, e alle agenzie per il lavoro.

L’efficacia della disposizione è subordinata all’autorizzazione da parte della UE.