fondo patrimoniale

Il comodante paga le imposte sui canoni di locazione dell’immobile affittato dal comodatario

Non è raro il caso di concessione in comodato di un immobile, con facoltà di locazione a terzi dello stesso. E’, ad esempio, il caso dei genitori che concedano in comodato un immobile ai figli, consentendo loro di locarlo a terzi trattenendo il canone di locazione. 

Nonostante il reddito derivante dalla locazione sia attribuito al comodatario, sarà il comodante proprietario dell’immobile a dover dichiarare tali redditi. Ciò in forza della chiara previsione dell’articolo 26 del Tuir, che prevede I redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che possiedono gli immobili a titolo di proprietà, enfiteusi, usufrutto o altro diritto reale (…)”.

Ne consegue che  il contratto di comodato non trasferisce la titolarità del reddito fondiario comodante al comodatario poiché il contratto, disciplinato dagli artt. 1803 e ss. c.c., ha effetti “obbligatori” e non “reali” e fa nascere, a favore del comodatario, cioè di colui che riceve in comodato il bene, un diritto “personale” di godimento sulla cosa concessa in comodato, e non un “altro diritto reale”.

Per questo motivo, anche nel caso in cui il comodatario stipuli, quale locatore, un contratto di locazione, la titolarità del reddito fondiario non viene trasferita dal proprietario-comodante al comodatario-locatore, per cui il reddito effettivo del fabbricato deve essere imputato, anche in quest’ipotesi, al proprietario dell’immobile.

La soluzione è stata più volte avvalorata dall’Agenzia delle Entrate, da ultimo con Risoluzione  22 ottobre 2008, n. 394/E.

 

LA RISOLUZIONE: risoluzione-22-ottobre-2008-n-394

 

 

assegno

Omessa indicazione della clausola “non trasferibile” nell’assegno: sanzioni ridotte per assegni inferiori a 30.000 euro

Gli assegni bancari, circolari o postali di importo pari o superiore a mille euro devono riportare – oltre alle indicazioni relative a data e luogo di emissione, importo e firma – anche l’indicazione del beneficiario e la clausola «non trasferibile». Lo prevede il comma 5 dell’articolo 49 del D. Lgs. 21 novembre 2007, n. 231. Proprio per questo, attualmente, le banche consegnano alla clientela assegni con tale dicitura prestampata.

Le sanzioni per l’omessa indicazione sono particolarmente gravose, specie se la violazione è commessa dopo il 4 luglio 2018.   Prima di tale data, infatti, la sanzione applicabile variava tra l’1 ed il 40% dell’importo pagato con l’assegno. Poiché era ammessa l’oblazione mediante il pagamento di una somma in misura pari al doppio del minimo, l’emittente distratto poteva cavarsela con il versamento, entro sessanta giorni dalla contestazione, del 2% dell’importo dell’assegno emesso. La facoltà era esercitabile solo nei casi di infrazione inferiore ad Euro 250.000 da parte di soggetti che si siano avvalsi della medesima facoltà per un’analoga violazione.

L’approvazione del decreto legislativo 90/2017, in vigore dal 4 luglio 2018, ha comportato l’inasprimento delle sanzioni. L’articolo 63, comma 1, della norma sopra richiamata, prevede che sia applicata una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 euro a 50.000 euro. Il costo dell’oblazione, pertanto, sale ad € 6.000. 

Per ovviare alla sproporzione tra violazione e sanzione, il legislatore è intervenuto introducendo l’articolo 9 bis del Decreto Legge 119/2018, che prevede la riduzione delle sanzioni al 10% qualora gli assegni emessi siano inferiori a 30.000 euro. La riduzione è applicabile esclusivamente quando non si ravvisino circostanze che facciano ipotizzare un’operazione di riciclaggio, desumibile dalla natura dell’attività svolta e dalle dimensioni economiche dei soggetti coinvolti. E’ il caso di assegni emessi per pagamenti occasionali e documentati o per trasferimenti tra famigliari.

L’emittente distratto raggiunto da una contestazione di infrazione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà fare una scelta “al buio”. Effettuare il versamento in oblazione del doppio del minimo della sanzione, pari al 20% dell’assegno emesso, oppure inviare deduzioni difensive, nella speranza di ottenere l’applicazione della sanzione minima da parte del Ministero, pari al 10% dell’assegno emesso.

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Il giudicato relativo alle società a ristretta base ha valore anche verso i soci

Con Ordinanza n. 13989 depositata il  23 maggio 2019, la Corte di Cassazione ha stabilito che il giudicato con il quale sia stata accertata l’insussistenza di utili extracontabili della società a ristretta base sociale  ha efficacia anche nel giudizio avente ad oggetto l’avviso di accertamento relativo al socio, poichè tale accertamento negativo rimuove, in tutto o in parte, il presupposto da cui dipende il maggior utile da partecipazione conseguito dal socio.

L’ORDINANZA DELLA CASSAZIONE: corte-di-cassazione-ordinanza-23-maggio-2019-n-13989

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Compatibilità tra amministrazione e lavoro dipendente nella stessa società: l’Inps indica i requisiti

Con il messaggio n. 3359 del 17 settembre 2019, l’Inps è ritornata sulla vexata quaestio della compatibilità tra la titolarità di cariche sociali e l’instaurazione di un rapporto di lavoro dipendente in capo alla stesa società.

L’istituto compie un ampio excursus sull’evoluzione delle impostazioni in materia, ricordando che sin dagli anni ’90 la giurisprudenza della Suprema Corte ha sancito che l’incarico per lo svolgimento di un’attività gestoria, come quella dell’amministratore, in una società di capitali non esclude astrattamente la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato.

L’Inps conclude il proprio messaggio prevedendo che la valutazione della compatibilità dello status di amministratore di società di capitali (il riferimento è alle sole tipologie di cariche ritenute in astratto ammissibili) con lo svolgimento di attività di lavoro subordinato presuppone l’accertamento in concreto, caso per caso, della sussistenza delle seguenti condizioni:

  • che il potere deliberativo (come regolato dall’atto costitutivo e dallo statuto), diretto a formare la volontà dell’ente, sia affidato all’organo (collegiale) di amministrazione della società nel suo complesso e/o ad un altro organo sociale espressione della volontà imprenditoriale il quale esplichi un potere esterno;
  • che sia fornita la rigorosa prova della sussistenza del vincolo della subordinazione (anche, eventualmente, nella forma attenuata del lavoro dirigenziale) e cioè dell’assoggettamento del lavoratore interessato, nonostante la carica sociale, all’effettivo potere di supremazia gerarchica (potere direttivo, organizzativo, disciplinare, di vigilanza e di controllo) di un altro soggetto ovvero degli altri componenti dell’organismo sociale a cui appartiene; il soggetto svolga, in concreto, mansioni estranee al rapporto organico con la società; in particolare, deve trattarsi di attività che esulino e che pertanto non siano ricomprese nei poteri di gestione che discendono dalla carica ricoperta o dalle deleghe che gli siano state conferite.

IL MESSAGGIO DELL’INPS: messaggio-inps-n-3359-del-17-settembre-2019

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Inammissibile l’appello di Agenzia delle Entrate Riscossione instaurato attraverso avvocato del libero foro

E’  inammissibile l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate conferendo procura a un difensore del libero foro in mancanza di una specifica delibera motivata da sottoporre agli organi di vigilanza.

Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con sentenza n. 2869, depositata il 2 luglio 2019, con la quale i giudici lombardi hanno ritenuto che, a seguito delle modifiche introdotte con il Dlgs 156/2015 agli articoli 11 e 12 del Dlgs 546/92 in materia di contenzioso tributario, l’agente della Riscossione non possa più difendersi attraverso dei legali esterni, ma debba essere necessariamente difeso da propri dipendenti.

LA SENTENZA: ctr-lombardia-sentenza-2-luglio-2019-n-2869

fonte: Il Quotidiano del Fisco (16.09.2019).

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La revisione delle rendite catastali deve essere dettagliatamente motivata

La revisione delle rendite catastali  effettuata sulla base dell’articolo 1, comma 335 della legge 311/2004 (che consente ai Comuni di chieder all’Agenzia delle Entrate la revisione parziale del classamento delle unità immobiliari di proprietà privata ubicate in microzone comunali dove il rapporto tra valore medio di mercato e corrispondente valore medio catastale ai fini Imu presente sul territorio comunale si discosti «significativamente») deve essere seguita con la massima esattezza. In tal senso non sono ammesse revisioni massive.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 22671 depositata il giorno 11 settembre 2019, che ha precisato che in tali casi occorre specificare quali dati siano stati usati per determinare «il valore medio di mercato» della microzona, usando i prezzi delle compravendite e, se sono impiegati altri fattori («urbanistici, ambientali o simili»), se ne deve provare «la sussistenza e l’efficacia». Inoltre, il calcolo del valore catastale medio va fatto «sulla base dei valori medi delle singole unità» e non «dei valori medi delle singole microzone».

Fonte: Il quotidiano del Diritto, 12 settembre 2019

LA SENTENZA: cassazione-11-settembre-2019-n-22671

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Attribuzione del reddito ai soci di società di persone in caso di variazione delle quote

L’attribuzione ai soci del reddito o della perdita prodotti dalle società di persone avviene in base al c.d. principio di trasparenza – tra i soci che risultano tali alla chiusura del periodo d’imposta.
In caso di variazione in corso d’anno delle quote di partecipazione agli utili tra i soci, la variazione ha effetto dall’anno successivo a quello in cui si è verificata la modifica. In caso di variazione in corso d’anno del numero dei soci, con subentro di un socio nella posizione giuridica di un altro (a seguito di cessione delle quote, recesso o esclusione), la  variazione ha efficacia immediata; in tal caso, il reddito viene ripartito tra i soci che risultano tali al momento dell’approvazione del rendiconto (Cass. 16 dicembre 2003,  n. 19238).
Occorre, pertanto, distinguere tra variazioni di quote tra soci esistenti (efficacia dall’anno successivo a quello della variazione) e subentro di nuovi soci o uscita di vecchi soci (efficacia immediata).

 

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Nullo l’avviso di accertamento con delega di firma “in bianco”

La Commissione Tributaria Regionale della Campania ha sentenziato la nullità di un avviso di accertamento firmato da funzionario munito di delega troppo generica. Secondo la Commissione sarebbe illegittima la delega rilasciata “in bianco”, cioé senza l’indicazione nominativa del soggetto che può sottoscrivere gli atti e priva di una benché minima motivazione. La CTR campana ha precisato che, in forza dell’articolo 42 del Dpr 600/73, è illegittimo l’avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario non delegato nominativamente, anche alla luce di quanto ribadito più volte dalla Corte suprema, secondo cui è nulla la delega di firma in bianco poiché non consente al contribuente di verificare agevolmente la legittimità dei poteri. Secondo tale orientamento di legittimità, infatti, la delega è nulla quando fatta a un soggetto “incerto”, dal momento che i capi uffici o i capi team potrebbero cambiare nel tempo e non essere gli stessi al momento della sottoscrizione del provvedimento.

LA SENTENZA PER ESTESO:

ctr-campania-sentenza-18-dicembre-2018-n-80

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Il sostituito non è responsabile se il sostituto non versa la ritenuta d’acconto

La cassazione-ss-uu-sentenza-12-aprile-2019-n-10378 ha statuito il seguente principio di diritto: “Nel caso in cui il sostituto ometta di versare le somme, per le quali ha però operato le ritenute d’acconto, il sostituito non è tenuto in solido in sede di riscosione, atteso che la responsabilità solidale prevista all’articolo 35 D.P.R. 602 cit. è espressamente condizionata alla circostanza che non siano state effettuate le ritenute”.

SENTENZA PER ESTESO:

cassazione-ss-uu-sentenza-12-aprile-2019-n-10378

postino

E’ incostituzionale il divieto di notificare via PEC dopo le ore 21

Con sentenza 9 aprile 2019, n. 75, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità dell’articolo 16 septies del D.L. 179/2012, convertito con modificazioni in L. 221/2012 “nella parte in cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante allo ore 7 del giorno successivo, anziché al momento della generazione della predetta ricevuta”.

Il giudice delle leggi ha, con ciò, riconosciuto l’applicabilità anche alla notifica telematica della regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notifica. Anche le notifiche effettuate via Pec si considerano effettuate, pertanto, al momento dell’invio del documento al proprio gestore, attestato dalla relativa ricevuta di accettazione, anche se effettuate tra le 21 e le 24.

 

SENTENZA PER ESTESO:

corte-costituzionale-sentenza-9-aprile-2019-n-75