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Il valore dichiarato ai fini del registro non costituisce presunzione di maggior corrispettivo nelle cessioni

Il valore accertato o definito ai fini dell’imposta di registro non costituisce più presunzione di realizzo di plusvalenze derivanti da cessioni di immobili o aziende. E’ quanto prevede l’articolo 5, comma 3 del  D. Lgs. n. 147/2015, che ha eliminato la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato con il valore di mercato.

Finora l’Amministrazione finanziaria procedeva in via induttiva all’accertamento, ai fini delle imposte dirette, di un maggior valore dell’immobile o dell’azienda oggetto di cessione, laddove vi fosse uno scostamento rispetto al valore accertato in relazione all’imposta di registro. L’onere di superare la presunzione di corrispondenza tra corrispettivo e valore era addossato al contribuente, che avrebbe dovuto dar prova di aver venduto a prezzo inferiore.

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La buona fede nei rapporti con il fornitore salva il contribuente nelle operazioni soggettivamente inesistenti

Il contribuente che abbia provato la buona fede nei rapporti con il fornitore nel caso di fatture soggettivamente inesistente merita l’assoluzione in sede penale in quanto il fatto non sussista. Il giudice tributario potrà inoltre tenere in considerazione la pronuncia del giudice penale quale elemento probante l’accertamento dei fatti.

La Corte di cassazione, con  sentenza 28 ottobre 2015, n. 21966, ha ricordato che, sebbene nel giudizio tributario non esista alcuna efficacia vincolante del giudicato penale, la sentenza penale può, comunque, costituire un elemento di prova critica, sulla base dei fatti accertati. La pronuncia è importante, soprattutto in presenza di fatture soggettivamente inesistenti, in quanto, di sovente, si verifica che ai fini penali l’acquirente venga assolto (anche con la formula che il fatto non sussiste), mentre ai fini tributari si continua a contestare la detrazione dell’Iva senza minimamente considerare la pronuncia penale.

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Da domani in vigore le nuove soglie per i reati fiscali

Dal 22 ottobre 2015 entrano in vigore le nuove soglie di punibilità penale per i mancati versamenti dei tributi previste dal decreto legislativo 158/2015.

Le nuove soglie sono applicabili sia per le omissioni non ancora contestate ma consumate entro il 21 settembre, sia per le segnalazioni già inviate all’autorità giudiziaria, oltre che per i reati di dichiarazione infedele e omessa presentazione.

Si applica infatti l’articolo 2 del Codice penale, secondo cui nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato.

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Va contestata col ricorso la firma del dirigente decaduto

Va contestata con il ricorso introduttivo la nullità dell’atto sottoscritto da dirigente decaduto dall’incarico a seguito della sentenza della Corte costituzionale.

Lo ha sostenuto la Corte di cassazione con la 20984 depositata il giorno 16.10.2015.

Ribadendo quanto già affermato nella sentenza 18448/2015, la Suprema Corte ha rilevato che la nullità deve essere eccepita dal contribuente mediante impugnazione, attraverso la proposizione, cioè, del ricorso nei modi e nei termini previsti, non potendola rilevare d’ufficio.

 Cassazione, sentenza 16.10.2015, n. 20984

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Valido il ricorso al quale non è allegato il PVC

Il ricorso proposto senza che sia stato allegato il Pvc su cui è fondato l’ accertamentonon è inammissibile poiché il documento può essere sempre prodotto in seguito anche su richiesta del giudice. Ad affermarlo è la sentenza 20658/2015 della Cassazionedepositata ieri.

E’ valido il ricorso presentato dal contribuente che non aveva allegato al ricorso il PVC sul quale si fondava l’accertamento impugnato. Il documento può essere presentato successivamente, anche su richiesta del giudice.

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione con sentenza 14 ottobre 2015, n. 20658, secondo la quale la sanzione di inammissibilità del ricorso, stabilita dall’articolo 22 del D. Lgs. 546/92 non opera con riferimento all’omesso deposito dell’originale (o della fotocopia) dell’atto impugnato, poiché può essere prodotto anche in un momento successivo o anche su impulso del giudice.

La Cassazione ha così evidenziato che se ciò vale per l’atto oggetto di impugnazione, a maggior ragione il principio trova applicazione per il Pvc, non allegato all’avviso di accertamento per essere già conosciuto dal contribuente.

L’onere di produrre il verbale di constatazione dal quale risultano i fatti posti a base dei rilievi contenuti nella pretesa, secondo la Suprema Corte, è a carico dell’ente impositore.

Cassazione, sentenza 14.10.2015, n. 20658

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Depenalizzazione retroattiva dell’abuso di diritto

Con sentenza 7 ottobre 2015, n. 40272 la Corte di Cassazione ha stabilito che “le contestazioni fondate sull’elusione fiscale e sull’abuso del diritto non danno mai luogo a violazioni penali tributarie”.

L’esclusione della rilevanza (e sanzionabilità) penale non esclude altri strumenti sanzionatori, sotto forma di sanzioni amministrative, ove ne esistano i presupposti.

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Spetta al giudice penale la determinazione dell’imposta evasa

Spetta al giudice penale la determinazione del superamento della soglia di imposta evasa prevista per l’integrazione del reato di dichiarazione infedele.

Lo ha stabilito la Cassazione con sentenza 12 ottobre 2015, n. 40755 con la quale ha stabilito i seguenti principi di diritto:

- ai fini dell’individuazione del superamento della soglia di punibilità prevista per il reato di dichiarazione infedele spetta unicamente al Giudice penale procedere all’accertamento e alla determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, con una verifica che può sovrapporsi e/o contraddire quella eventualmente svolta dal Giudice tributario;

- il giudice penale, nell’accertamento e determinazione dell’imposta evasa, non può prescindere dalla pretesa tributaria così come accertata dall’Amministrazione finanziaria e per discostarsi dal dato quantitativo risultante dall’accertamento deve disporre di concreti elementi di fatto che rendano maggiormente attendibile l’originaria quantificazione dell’imposta dovuta.

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L’omesso versamento di ritenute previdenziali non è mai tenue

Non si configura l’offesa di particolare tenuità di cui all’articolo 131-bis del Codice penale in caso di omesso versamento di ritenute previdenziali. Conseguentemente per tale reato non può mai ritenersi esclusa la pubibilità.

Lo ha deciso la Suprema Corte con sentenza 8 ottobre 2015, n. 40350.

Il mancato versamento delle ritenute da parte del datore di lavoro all’ente previdenziale determina «un danno per la posizione previdenziale del lavoratore non qualificabile di certo come particolarmente tenue nel caso di specie (cinque mesi di contribuzione)».

Cassazione 8 ottobre 2015, n. 40350

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Paga le spese l’ufficio che ritira l’atto

Paga le spese di giudizio l’Amministrazione finanziaria che ritira l’atto quando il giudizio si è radicato.

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia (sentenza 3740/01/15) ha affermato che l’annullamento in autotutela dell’atto impositivo disposto dallo stesso ufficio indica la sua manifesta illegittimità, che impedisce al giudice la compensazione delle spese di lite.