indagini bancarie

L’accertamento iniziato con il metodo analitico-induttivo non può continuare con il metodo analitico puro

Una volta che l’ufficio ha determinato i redditi su base analitico-induttiva, limitandosi alla una rettifica selettiva delle scritture contabili del contribuente, non è possibile il recupero con il metodo induttivo puro, facendo cioè valere presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

Lo ha stabilito la Suprema Corte con sentenza 19 agosto 2015, n. 16979, che ha puntualizzato che nel caso la verifica sia iniziata con l’adozione del metodo analitico induttivo, l’Ufficio è tenuto solo a completare le lacune rilevate in contabilità, ai fini della dimostrazione dell’esistenza di componenti positivi del reddito non dichiarati, tramite presunzioni che abbiano le caratteristiche di gravità, precisione e concordanza. Non può, pertanto, prescindere dalle scritture contabili.

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Dal 2 settembre la nuova disciplina del raddoppio dei termini: la notizia di reato deve essere inviata prima della decadenza ordinaria dal potere di accertamento

Solo l’invio della notizia di reato prima della scadenza ordinaria consentirà all’Agenzia delle Entrate il raddoppio dei termini per l’accertamento. E’ una tra le novità più rilevanti previste dal D. Lgs.5 agosto 2015, n. 128, in vigore dal 2 settembre.

Per poter accedere al raddoppio dei termini, pertanto, i verificatori dovranno aver inviato la notizia di reato entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello della presentazione della dichiarazione dei redditi.

La norma prevede che restino esclusi dall’applicazione della disciplina i controlli relativamente ai quali, prima del 2 settembre 2015, siano stati notificati alcuni atti (avvisi di accertamento, atti di contestazione e di irrogazione delle sanzioni, inviti a comparire previsti per il procedimento di adesione e processi verbali di constatazione) per i quali entro il 31 dicembre 2015 sia notificato il relativo atto impositivo.

 

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Legittima l’iscrizione di ipoteca di Equitalia sull’unica abitazione

E’ legittima l’iscrizione di ipoteca da parte di Equitalia sull’unico immobile del contribuente, benché si tratti della casa di abitazione. E’ quanto emerge dalla sentenza della CTP di Reggio Emilia del 12 agosto 2015, n. 340/03/2015, dalla quale emerge che ad essere inibita è solo l’espropriazione dell’unica abitazione di residenza e non l’iscrizione della misura cautelare. Equitalia, in altri termini, ben potrà iscrivere ipoteca sul bene al fine di tutelare il suo diritto alla riscossione del credito superiore a 20 mila Euro (limite introdotto con D.L. 16/2012), ma non potrà procedere alla vendita all’asta in quanto ciò è precluso dal D.l. 69/2013. La norma prevede infatti solo il divieto di espropriazione forzata dell’abitazione del contribuente e non la conservazione del bene ai fini di garantire il credito erariale.

CTP Reggio Emilia, sentenza 12.08.2015, n. 340

 

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Rilevabile d’ufficio la violazione del contraddittorio

E’ rilevabile d’ufficio dal giudice la violazione del diritto al contraddittorio commessa dall’Agenzia delle Entrate.

Lo ha stabilito la CTP La Spezia, sentenza 24 aprile 2015, n. 441 che, rilevata l’assenza di un verbale conclusivo dell’attività istruttoria, ha rilevato che quanto previsto dall’articolo 12 dello Statuto dei diritti del contribuente è applicabile non solo all’ipotesi di verifica esterna, ma anche nelle verifiche “a tavolino”: è sempre dovuta, pertanto, l’emissione di un documento al termine dell’attività istruttoria.

I giudici di merito ribadiscono un concetto già espresso dalle Sezioni Unite (19667/2014) secondo le quali il rispetto del contraddittorio costituisce un principio generale del diritto che trova applicazione ogniqualvolta l’amministrazione si proponga di adottare nei confronti di un soggetto un atto ad esso lesivo.

CTP La Spezia, sentenza 24 aprile 2015, n. 441

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Per il reato di infedele dichiarazione vale la data di spedizione della fattura

La data di riferimento per la configurazione del reato di dichiarazione infedele è quella della spedizione della fattura e non quella riportata nel documento.

E’ quanto stabilito dalla sentenza della Corte di Cassazione 10 agosto 2015, n. 34722, riguardante una società che aveva emesso fatture per servizi resi con data 31 dicembre, ma spedite nel successivo mese di gennaio e non indicate nella dichiarazione dei redditi dell’anno indicato in fattura. La Suprema Corte, specificando che l’articolo 21 del Dpr 633/72 precisa che «la fattura si ha per emessa all’atto della sua consegna o spedizione all’altra parte ovvero all’atto della sua trasmissione per via elettronica». Di conseguenza le fatture, pur datate 31 dicembre 2002, dovevano avere rilievo nella dichiarazione Iva 2004, perché solo in quell’anno erano state spedite al cliente.