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Furto di contabilità e accertamento induttivo (Cass. 27.01.2010, n. 1650)

Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 27 gennaio 2010, n. 1650
Svolgimento del processo
La societa’ contribuente sopra indicata impugnava l’avviso di rettifica IVA, per omessa fatturazione di operazioni di cessione e per indebita detrazione d’imposta sugli acquisti per il periodo in contestazione, emesso dall’Ufficio finanziario a seguito di accertamento induttivo, sul presupposto della mancata esibizione della documentazione amministrativo – contabile, che la contribuente assumeva essere stata oggetto di furto denunziato agli organi di Polizia.
La C.T.P. accoglieva il ricorso. La C.T.R. respingeva l’appello dell’Ufficio, affermando che l’accertamento induttivo era illegittimo in quanto il l.r. della societa’ non si era mai rifiutato di esibire le scritture contabili, ne’ le aveva sottratte all’ispezione, avendo sin dall’inizio della verifica dichiarato che tutta la documentazione era stata rubata, sicche’ la mancata esibizione era ascrivibile a forza maggiore e non era stata accertata alcuna negligenza a carico del soggetto; ne’ le presunzioni semplici indicate dalla Guardia di Finanza erano gravi precise e concordanti; in ordine alla non detraibilita’ dei costi, il contribuente aveva cercato di ricostruire le scritture rubate, ma la mancata collaborazione dei fornitori e dei clienti comunitari aveva vanificato qualsiasi tentativo, essendo stata acquisita solo la copia di alcune fatture, con la conseguenza che l’Ufficio, nel ricostruire induttivamente il volume di affari, avrebbe dovuto considerare anche i costi e le detrazioni relative agli acquisti, non essendo corretto ritenerli indeducibili dopo averne accertato la provenienza e l’inerenza.
Avverso detta sentenza ricorre per cassazione l’Agenzia delle entrate. La parte intimata resiste con controricorso.
Motivi della decisione
Rileva, anzitutto la Corte che, nel giudizio di cassazione, che e’ dominato dall’impulso d’ufficio, non trova applicazione l’istituto della interruzione del processo per uno degli eventi previsti dagli artt. 299 e segg. c.p.c., onde, una volta instauratosi il giudizio, il decesso di uno dei ricorrenti, comunicato, come nella specie, dal suo difensore, non produce l’interruzione del giudizio (Cass. S.U. n. 14385/07; Cass. n. 12967/08).
Con il primo motivo, la parte erariale, sotto la rubrica di carenza di motivazione su punto decisivo e violazione ed erronea interpretazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, deduce, con varie argomentazioni, che la decisione impugnata, anziche’ concludere per la sussistenza dei presupposti dell’accertamento induttivo in rettifica, aveva del tutto illogicamente affermato che il contribuente non aveva rifiutato di esibire, ne’ aveva sottratto ad ispezione i registri previsti dalla normativa fiscale, motivando che detta documentazione gli era stata sottratta, senza analizzare se il contribuente aveva adempiuto agli obblighi d’informazione (verso l’amministrazione) e di attivazione nella ricostruzione della documentazione a supporto della dichiarazione presentata, ne’ se detto comportamento omissivo sostanziasse almeno l’ipotesi di sottrazione all’ispezione della documentazione medesima.
Con il secondo motivo, l’Agenzia, deducendo violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. da 21 a 25, 39 e 52 e art. 2697 c.c. in rel. art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamenta che la sentenza impugnata non avrebbe motivato sull’inosservanza degli obblighi strumentali e dell’onere probatorio a carico del contribuente IVA, da parte del quale ribadisce, nella specie, l’omessa comunicazione del furto e la mancata ricostruzione della documentazione contabile, restando cosi’ generiche le affermazioni contrastanti l’esistenza e la completezza dei rapporti commerciali intrattenuti con i fornitori risultanti dal p.v.c..
Con il terzo motivo, deducendo violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19 e 55, artt. 2697, 2725 e 2724 c.c. ed omessa motivazione, la parte erariale lamenta che la decisione impugnata non avrebbe considerato che la detrazione avrebbe potuto essere riconosciuta anche ove l’intera contabilita’ fosse andata perduta o distrutta incolpevolmente, ma solo nei limiti in cui fosse stato possibile ricostruire il volume di affari e degli acquisti; nell’ipotesi, la mancata acquisizione alla verifica della contabilita’
oggetto di furto non aveva determinato un onere in capo all’Ufficio di dimostrare la non corrispondenza delle operazioni contestate alla realta’, incombendo al contribuendo la dimostrazione delle stesse con mezzi adeguati; l’assenza di ricostruzione dettagliata da parte del contribuente degli importi detratti aveva legittimato l’operato dei verificatori, che avevano utilizzato i risultati delle ricerche all’Anagrafe tributaria e dei questionari per ricostruire i rapporti dei clienti e dei fornitori per ricostruire i rapporti economici degli stessi con la societa’ contribuente. In controricorso, la parte contribuente chiede dichiararsi inammissibile o respingersi il ricorso.
I motivi possono essere esaminati congiuntamente, stante l’intima connessione delle rispettive argomentazioni.
Il ricorso si rivela fondato.
Secondo il consolidato orientamento di questa S.C., nella disciplina dell’IVA, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, la deducibilita’ dell’imposta pagata dal contribuente (in sede di rivalsa) per l’acquisizione di beni o servizi inerenti all’esercizio dell’impresa (art. 19) postula che il contribuente stesso sia in possesso delle relative fatture, le annoti in apposito registro (art. 25), ed inoltre conservi le une e l’altro (art. 39); l’ufficio, in presenza di una denuncia annuale che faccia valere le suddette poste a credito, e’ legittimato ed e’ tenuto all’accertamento in rettifica, depennando tali poste, ove non trovino rispondenza in quelle fatture ed in quel registro (art. 54, comma 2). Detta disciplina, quindi, si conforma al criterio secondo cui la dimostrazione dei fatti costitutivi di un credito deve essere offerta da chi lo faccia valere, e, sul piano probatorio, introduce limitazioni ai mezzi di prova, esigendo atti scritti, compilati e tenuti con specifiche modalita’. La citata normativa, peraltro, non si occupa dell’ipotesi dell’incolpevole impossibilita’ di produrre gli indicati scritti (come nella specie, per averne denunziato il furto). Pertanto, ove il contribuente dimostri di essere nell’impossibilita’ di acquisire presso i fornitori dei beni o dei servizi copia delle fatture, si deve fare riferimento alla regola generale fissata dall’art. 2724 c.c., n. 3. Secondo tale disposizione la perdita senza colpa del documento, che occorra alla parte per attestare una circostanza a lei favorevole, non integra ragione di esenzione dall’onere della prova, ne’ sposta il medesimo sulla controparte, ma rileva esclusivamente come situazione che autorizza la prova per testimoni (o per presunzioni), in deroga ai limiti per essa previsti. In applicazione della suddetta norma, e’ da ritenersi che l’incolpevole perdita della contabilita’ non introduca una presunzione di veridicita’ di quanto in proposito denunciato dal contribuente agli organi di polizia, si’ che un’autodichiarazione del contribuente avente ad oggetto un elenco di dette fatture, ancorche’ dettagliato, e’ insufficiente al fine, dovendo tale indizio trovare conferma testimoniale o presuntiva, se non e’ possibile il riscontro con le fatture emesse tramite la tenuta della regolare contabilita’ del soggetto emittente delle stesse (Cass. n. 18019/09, 9919/08, 21233/06, 13605/03).
Pertanto il riferimento alla “forza maggiore” – determinata secondo la contribuente dal furto che avrebbe impedito la produzione della “contabilita’” alla Guardia di Finanza – effettuato dal giudice di secondo grado integra, oltre che il vizio di motivazione di cui al secondo motivo, anche un palese errore di diritto in ordine alla disciplina della sussistenza dei presupposti dell’accertamento induttivo, perche’ l’affermazione contrasta con i riferiti principi, reiteratamente affermati da questa Corte e da ribadire, non essendo emerse convincenti argomentazioni contrarie. Nella specie, il soggetto avrebbe dovuto provare di avere smarrito incolpevolmente i documenti ed, al fine di fornire tale dimostrazione, non era sufficiente la deduzione di aver denunziato il furto della stessa.
E’ stato, peraltro, puntualizzato che la perdita incolpevole della documentazione, di per se’ ed in assenza di elementi di riscontro, non puo’ giustificare i costi: l’onere di provare i fatti che legittimano il riconoscimento dei costi grava sul contribuente; quando costui non e’ in grado di dimostrare la fonte che giustifica la detrazione per avere denunciato un furto della contabilita’, non spetta all’amministrazione di operare un esame incrociato dei dati contabili ma al contribuente di attivarsi, attraverso la ricostruzione del contenuto delle fatture emesse; con l’acquisizione, presso i fornitori, della copia delle medesime (Cass n. 9919/08, cit.); ne’ una denuncia di furto e’ di per se stessa sufficiente a dare prova dei fatti controversi, se priva della precisa indicazione riguardante le singole fatture e il loro contenuto (Cass. n. 13605/03, cit.).
Da tali principi discende, altresi’, l’erroneita’ della tesi – anch’essa accolta nella sentenza impugnata -
per la quale la denunzia di furto (come di smarrimento o di perdita incolpevole) della documentazione contabile esoneri il contribuente dall’obbligo di provare la deducibilita’ dei costi, esposti in dichiarazione, che si assume desumibile da quella documentazione.
La sentenza impugnata, che non si e’ uniformata ai principi in precedenza enunciati ed ha, di conseguenza, erroneamente ritenuto insussistenti i presupposti dell’accertamento induttivo, deve essere annullata, con rinvio della controversia, per nuovo esame e per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio, ad altra Sezione della medesima C.T.R..
P.Q.M.
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra Sezione della C.T.R. Campania.

item3

Compensazione del credito IVA

Dal 1° gennaio 2010 entra in vigore il nuovo regime relativo alla compensazione di crediti Iva annuali o trimestrali per un importo annuo superiore ad € 10.000, da effettuarsi a decorrere dal giorno 16 del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione annuale o dell’istanza infrannuale (modello TR) dalla quale il credito emerge.

100119 – Compensazione

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Nuova iva per i servizi internazionali

Dal 1° gennaio 2010 sono applicabili le nuove disposizioni introdotte dalle direttive comunitarie n. 8/CE del 12.02.2008 e n. 117/CE del 16.12.2008, che hanno modificato la precedente direttiva 2006/112/CE in materia di territorialità IVA dei servizi e disciplina di riferimento per la compilazione degli elenchi relativi alle operazioni intracomunitarie.

100119 – servizi internazionali

item6

Prestazioni occasionali

Quesito
Buongiorno egregio Dottore,
Volevo chiederLe un’informazione.
Ho svolto una prestazione occasionale da libero professionista (sono iscritto all’ordine degli Ingegneri di Xxxxxx) per un importo poco inferiore a 5000 euro.
Volevo sapere se, dato il fatto che questa prestazione è secondaria rispetto al mio reddito principale, e che la collaborazione è meramente occasionale, devo rilasciare ricevuta con ritenuta d’acconto pari al 20% oppure se sono esente dalla ritenuta d’acconto.
Attendendo Vs. cortese riscontro, Le porgo i più distinti saluti.

 

Risposta
Il quesito non indica quale sia la sua occupazione. Ritengo comunque che la sua attività principale sia svolta in forma di dipendente.
Purtroppo la normativa vigente non indica dei parametri certi per discriminare tra prestazione occasionale ed attività abituale di lavoro autonomo. La soglia dei 5.000 euro alla quale lei fa riferimento serve (unitamente alla durata inferiore ai 30 giorni) ad identificare le collaborazioni occasionali (nelle quali il prestatore stabilisce una connessione organica con il committente) e non le prestazioni occasionali.
Se comunque, come appare dal tenore del quesito, la prestazione resa è veramente occasionale, il compenso sarà assoggettato a ritenuta d’acconto del 20%, salvo il caso di prestazione effettuata nei confronti di committente privato (non avente partita IVA).
Il reddito percepito dovrà essere indicato nel quadro RL del Modello Unico.
A disposizione per ulteriori puntualizzazioni, porgo distinti saluti.
Paolo Dalle Carbonare

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Deducibilità Iva delle operazioni soggettivamente inesistenti

Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 19 gennaio 2010, n. 735
Svolgimento del processo
A seguito della verifica della G. di F. di Milano, conclusasi con p.v.c. del 4.4.2000, l’Ufficio IVA di Milano notificava alla EFFE Gi ELLE s.a.s. di F. F. e C. avviso di rettifica parziale della dichiarazione Iva per l’anno di imposta 1996 con cui elevava a L. 3.313.044.000 il maggiore importo IVA dovuto oltre sanzioni di pari importo. L’avviso si fondava su documenti rinvenuti in sede di verifica e sui controlli descritti nel p.v.c. citato dai quali emergeva l’indebita detrazione di imposta per effetto di fatture relative ad operazioni inesistenti. La contribuente presentava ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Milano, la quale lo respingeva. Proponeva appello la stessa societa’ ribadendo le tesi esposte in primo grado. La Commissione tributaria regionale della Lombardia rigettava il gravame.
Avverso la detta sentenza la contribuente ha quindi proposto ricorso per Cassazione articolato in tre motivi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate resistono con controricorso.
La contribuente ha infine depositato memoria difensiva ex art. 378 c.p.c..
Motivi della decisione
Il controricorso presentato dal Ministero dell’economia e delle finanze, come pure il ricorso, in quanto proposto nei confronti dello stesso Ministero, sono inammissibili, per difetto della legittimazione attiva e passiva, atteso che l’appello presentato dalla contribuente fu depositato il 18.2.2003 – data successiva a quella (1.1.2001) di entrata in funzione delle agenzie fiscali – nei confronti della sola Agenzia delle entrate, succeduta a titolo particolare al Ministero nel diritto controverso. A riguardo, e’ appena il caso di osservare che, con riferimento ai procedimenti introdotti precedentemente alla detta data, questa Corte ha avuto modo di affermare il principio secondo cui, pronunciata la sentenza di primo grado nei confronti del dante causa, il giudizio di appello da quest’ultimo consapevolmente disertato e celebrato senza che alcuna delle parti reclamasse l’integrazione del contraddittorio, con successiva sentenza nei confronti del solo successore – cosi’ come e’ avvenuto nella vicenda processuale in esame – consente di ritenere integrati i presupposti per l’estromissione dell’alienante pur in assenza di un provvedimento formale (cfr. Cass. 1095 5/07), con la conseguenza che il nominato Ministero non puo’ ritenersi legittimato a resistere ed a controricorrere nel successivo grado di giudizio.
Passando all’esame del ricorso proposto dalla contribuente nei confronti dell’Agenzia, giova rilevare che con la prima doglianza, deducendo il vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, la ricorrente ha censurato la sentenza impugnata sulla base della considerazione che la CTR non avrebbe assolutamente argomentato riguardo all’asserita falsita’ della vendita di merce e delle fatture emesse dalla Global System S.a.s. e dalla Comital S.a.s., dilungandosi invece a trattare le fatture emesse dalla contribuente per acquisti da raccoglitori occasionali e facendo cio’ inutilmente “perche’ tali autofatture non sono state oggetto di rettifica da parte dell’Ufficio IVA”.
La doglianza e’ infondata. A tal fine, e’ utile premettere che, come risulta dalla lettura della sentenza di appello, la CTR, nella descrizione della vicenda processuale, aveva opportunamente evidenziato che i giudici di primo grado avevano fondato il loro convincimento sulle dichiarazioni rese in sede penale dal sig. F. F., rappresentante legale sia della EFFE GI ELLE s.a.s. sia della Global System S.a.s. e della Comital S.a.s. dichiarazioni con cui il F. aveva ammesso che il gruppo societario, allo scopo di emettere fatture false per la copertura delle forniture di rottami effettuate da raccoglitori operanti in nero, si era avvalso delle due societa’ collegate alla EFFE Gi ELLE, appunto la Global e la Comital, le quali svolgevano solo funzione di cartiere in quanto prive di locali, di beni strumentali, di personale dipendente nonche’ di impianto contabile.
Successivamente, nella parte motiva, sulla base di tale premessa esposta nella descrizione del fatto, la CTR si e’ soffermata a confutare la considerazione dell’appellante, secondo cui sarebbe stata inutilizzabile la dichiarazione del F. in quanto “rilasciata… in un procedimento penale non meglio precisato e contenuta in un foglio che sarebbe privo degli essenziali requisiti di identificazione”, sottolineando in senso contrario che la tesi dell’impugnante aveva perduto valore a seguito della precisazione fatta nel corso della pubblica udienza dai rappresentanti dell’Ufficio, i quali avevano puntualizzato come le dichiarazioni in parola fossero state rese nel corso del procedimento penale. 1714/98 RG NR, puntualizzazione quest’ultima che non era stata affatto contestata dall’appellante. Cio’ premesso, considerato che il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimita’, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta complessivamente dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia; considerato al contrario che non puo’ invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte perche’ la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico – formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito; tutto cio’ premesso e considerato, appare evidente l’assoluta infondatezza della censura avanzata dalla ricorrente in quanto l’espresso riferimento, fatto dalla CTR, alle ammissioni del F. nel procedimento penale indicato e le considerazioni ivi esposte circa l’assenza di elementi in contrario, mai addotti dalla contribuente, spiegano in maniera assolutamente esaustiva le ragioni che hanno indotto la Commissione regionale a disattendere la censura sollevata dall’appellante riguardo all’asserita falsita’ della vendita di merce e delle fatture emesse dalla Global System S.a.s. e dalla Comital S.a.s..
Passando all’esame delle successive doglianze, deve precisarsi che la seconda censura, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione di legge (artt. 2697 e 2700 c.c.), si fonda sulla considerazione che la C.T.R. avrebbe errato quando ha posto illegittimamente a carico della contribuente l’onere di provare i fatti contrari alle deduzioni dell’Agenzia, inoltre – e tale rilievo sostanzia il terzo motivo articolato sotto il profilo della violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19 e 21 e degli artt. 17 e 21 6^ Direttiva del Consiglio 17.5.1977 n.77/388/CEE – la CTR avrebbe ulteriormente sbagliato quando ha negato la detraibilita’ dell’IVA sulla sola base della presunta inesistenza soggettiva delle operazioni, trascurando che quest’ultima era una societa’ realmente operante ed era stata effettiva cessionaria della merce in questione.
I motivi in questione, riportati nella loro essenzialita’, possono essere trattati congiuntamente, proponendo profili di censura sostanzialmente connessi. A riguardo, torna utile premettere che questa Corte con indirizzo ormai consolidato ha avuto modo di affermare il principio secondo cui “in tema di IVA, l’emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da quello che ha effettuato la cessione o la prestazione non e’ riconducibile alla fattispecie, prevista dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 41, comma 3, dell’emissione di fattura recante indicazioni incomplete o inesatte, ne’ a quella, prevista dall’art. 21, comma 2, n. 1, del medesimo D.P.R., di omissione dell’indicazione dei soggetti tra cui e’ effettuata l’operazione, ma va qualificata come fatturazione di un’operazione soggettivamente inesistente, per la quale dev’essere versata la relativa imposta, ai sensi dell’art. 21 cit., non essendo consentita la detrazione di fatture emesse da chi non e’ stato controparte nel rapporto riguardante l’operazione fatturata (cfr. da ultimo Cass. n. 5719/07, n. 1950/07).
Cio’ premesso, la stessa Corte ha statuito che l’effettivita’ dell’acquisto dei beni entrati nella disponibilita’ patrimoniale dell’impresa utilizzatrice delle fatture in una alla provenienza della merce da ditta diversa da quella figurante sulle fatture non sono indifferenti ai fini dell’IVA, dal momento che la qualita’ del venditore puo’ incidere sulla misura dell’aliquota e, per conseguenza, sull’entita’ dell’imposta che l’acquirente puo’ legittimamente detrarre. (Cass. n. 29467/08). Pertanto, il diritto alla detrazione non sorge immancabilmente, per il solo fatto dell’avvenuta corresponsione di imposta formalmente indicata in fattura, richiedendosi, altresi’, che l’imposta sia effettivamente dovuta e, cioe’, corrispondente ad operazione effettivamente soggetta all’iva. Cio’ perche’ il particolare meccanismo che presiede al funzionamento dell’iva postula la ricorrenza
dell’ulteriore requisito della detraibilita’, costituito dell’”inerenza all’impresa” dell’operazione fatturata; requisito, che, al pari degli altri, e’ onere del contribuente comprovare (cfr. Cass. 13205/03, 11109/03, 15228/01).
In proposito, questa Corte ha statuito che, in ipotesi di inesistenza soggettiva – nella quale, pur essendo i beni entrati nella disponibilita’ patrimoniale dell’impresa cessionaria, risulti che l’emittente della fattura e’ soggetto diverso dal cedente – prestatore – l’obbligo di corrispondere l’importo corrispondente all’imposta sull’operazione soggettivamente inesistente deriva dal precetto normativo di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21, comma 7, mentre risulta evasa l’imposta dovuta, in base al fisiologico funzionamento dei meccanismo IVA, per l’operazione effettivamente realizzata (in tal senso: v. Cass. 6378/06).
Sulla base di tali premesse, il costo dell’iva versata sulla fattura relativa ad operazione soggettivamente inesistente si appalesa quale costo non necessariamente inerente. Invero, il rapporto con lo svolgimento della specifica attivita’ dell’impresa (che da diritto alla detrazione) e, quindi, l’inerenza risulta connaturalmente sussistere in relazione all’iva, che sarebbe dovuta sull’operazione compiuta con l’effettivo cedente – prestatore, e che, tuttavia, resta evasa. L’iva corrisposta al soggetto interposto e, invece, costo, che, in realta’, non puo’ considerarsi inerente allo svolgimento della attivita’ istituzionale dell’impresa, in quanto potenziale espressione di distrazione verso finalita’ ulteriori e diverse, tali da rompere in messo di inerenza. Gli indicati riscontri non possono, d’altro canto, esaurirsi nell’accertamento dell’avvenuta consegna della merce e di quello del pagamento della merce medesima e dell’iva riportata sulla fattura emessa dal terzo, trattandosi di circostanze non decisive, rispetto al tema della prova, in rapporto alle peculiarita’ del meccanismo dell’iva e dei relativi abusi; mentre, in base ai criteri generali in tema di onere della prova, essi vanno provati dal committente – cessionario che intende avvalersi della detrazione (Cass. n. 1950/07 in motivazione).
In definitiva, non rileva assolutamente, ai fini che interessano la vicenda in esame, sottolineare che i rottami metallici siano stati effettivamente acquistati e che dei costi siano stati quindi effettivamente sostenuti (cosi’, la ricorrente nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c.). Se e’ vero infatti che la riconosciuta inesistenza delle operazioni fatturate dal punto di vista soggettivo non esclude la deducibilita’, ai fini dell’imposta sul reddito, dei costi sostenuti per l’acquisto dei beni da soggetti diversi da quelli indicati in fattura del resto, l’acquisto in nero non e’ un elemento del reato di emissione o utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti (cfr L. n. 74 del 2000) – non puo’ trascurarsi in senso contrario che la riconoscibilita’ dei costi e’ comunque soggetta al relativo regime probatorio. Cio’ posto, premesso che secondo la consolidata giurisprudenza della Corte, precedentemente richiamata, la prova dell’esistenza, inerenza e competenza del costo incombe al contribuente, occorre altresi’ sottolineare che tale prova deve essere particolarmente rigorosa e non puo’ certo consistere nel ricorso a regole di esperienza. Ed invero, l’abrogazione, ad opera del D.P.R. 9 dicembre 1996, n. 695, art. 5 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, comma 6 pur avendo avuto l’effetto di ammettere il contribuente alla prova dei costi suddetti (in precedenza radicalmente preclusa), anche con mezzi diversi dalle scritture contabili, richiede che gli elementi probatori forniti dal contribuente siano certi e precisi, come prescritto dell’art. 75, comma 4 (cfr. Cass. 10964/07. 18000/06 4218/06, 10090/02).
Pertanto, la generica affermazione che l’impresa abbia comunque acquistato i beni fatturati da soggetti differenti da quelli indicati in fatture – la Global System e la Comital, prive di locali, beni strumentali, personale dipendente, struttura contabile, erano soltanto mere cartiere – non fornisce alcun elemento certo e minimamente rassicurante circa la correttezza della quantificazione del costo indicato, della sua inerenza e della sua riferibilita’ all’anno di imposta in contestazione.
Considerato che la sentenza impugnata appare in linea con il principio richiamato, ne consegue che il ricorso per Cassazione in esame, siccome infondato, deve essere rigettato.
Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimita’, liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibili il ricorso proposto nei confronti del Ministero ed il controricorso proposto da quest’ultimo. Rigetta il ricorso proposto contro l’Agenzia, Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese processuali che liquida in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge