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Convegno su accertamento da studi di settore

Convegno Studi di settore p

Il rapporto tra fisco e contribuente è molto cambiato negli ultimi anni.
Ed in particolare è cambiato il rapporto tra le varie forme previste dal
fisco per effettuare i controlli sui contribuenti. Il legislatore della
grande riforma tributaria del 1972/73, introducendo l’obbligo quasi
generalizzato di tenuta delle scritture contabili aveva sicuramente
pensato ad un sistema di controllo analitico, basato esclusivamente
sul controllo della contabilità ufficiale del contribuente mediante
accessi, ispezioni e verifiche effettuati dall’organo accertatore.
Il proliferare della normativa fiscale, l’estensione degli obblighi
contabili ad un numero elevatissimo di contribuenti ha definitivamente
condotto il legislatore a prendere atto della impraticabilità di un
generalizzato ricorso a forme di accertamento analitico e ad
intervenire con provvedimenti volti alla determinazione presuntiva o
automatica dei redditi, specie nei confronti di imprese minori e
lavoratori autonomi. Tale processo iniziò già dal 1984 con la famosa
e contestatissima legge “Visentini ter” che prevedeva la possibilità per
gli uffici dell’amministrazione finanziaria di ricostruire il reddito delle
singole attività in base a “coefficienti presuntivi di reddito” basati sulle
caratteristiche principali dell’attività. L’esperimento fallì soprattutto
perché i metodi di costruzione di detti indici erano troppo opinabili e
pertanto facilmente contestabili dal contribuente.
La tendenza era comunque di passare a strumenti di determinazione
induttiva dei redditi: siamo transitati attraverso i “coefficienti presuntivi
di compensi e ricavi”, i “coefficienti di congruità”, la “minimum tax”, i
parametri, per giungere all’attuale strumento di determinazione
automatica del reddito rappresentata dagli Studi di settore, che
rappresenta la fase attuale di un processo di progressivo
ridimensionamento del valore probatorio delle scritture contabili a
beneficio di metodi di accertamento basati su strumenti “automatici”.
Questo non significa ovviamente l’abolizione dei sistemi di
accertamento analitico che assumono tuttavia nel nostro sistema
fiscale attuale un carattere molto selettivo, con l’obiettivo di
dissuadere dall’evasione, facendola apparire rischiosa e poco
conveniente, viste le possibilità di essere scoperti: i controlli non
servono tanto a produrre gettito immediato, ma a indurre i
contribuenti all’adempimento volontario. Statisticamente è stato
constatato che basta un numero anche modesto di controlli per
indurre i contribuenti all’autotassazione, ma è stato parimenti
verificato che tale effetto è fortemente vanificato dai “condoni fiscali”,
specie quelli come previsti dall’attuale normativa commisurate alle
imposte dichiarate, che si risolvono in un vero e proprio premio a chi
ha evaso di più.

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Convegno sulle forme associative nella professione

031111 Convegno Forme associative

La complessa evoluzione che ha investito i mercati professionali ha
determinato una sempre maggior attenzione allo svolgimento in
forma associata della professione intellettuale, scardinando la
tradizione del professionista isolato e tuttologo.
La scelta di svolgere l’attività professionale in forma associata non è
mai una scelta facile. Le spinte verso le forme associate sono
controbilanciate dal carattere stesso del professionista, che molto
spesso decide di intraprendere l’attività libero-professionale alla
ricerca dell’assoluta autonomia e che mal sopporta i legacci che
giocoforza l’associazione con altri professionisti comporta. A fronte di
esempi di successo vanno anche ricordati esempi di “matrimoni” tra
studi naufragati in poco tempo.
Condizione necessaria, anche se purtroppo da sola non sufficiente,
per il successo dell’associazione professionale è stabilire prima della
costituzione gli obbiettivi, le finalità, le aspettative. L’insuccesso del
“matrimonio” tra professionisti è molto spesso figlio della mancata
condivisione a priori degli elementi che reggono l’unione.
Sono vari i motivi per cui ci si associa, ed ad ogni motivazione
corrisponde una forma diversa di associazione:
- Ci si associa per dividere le spese di uno studio
- In un mercato che richiede sempre maggior specializzazione al
professionista ci si associa per dotare lo studio del maggior numero
possibile di specializzazioni
- Ci si associa anche con orizzonti temporali molto brevi, magari
finalizzati alla realizzazione di un unico lavoro.
L’importante è la scelta della forma associativa sia armonica alle
motivazioni che spingono ad associarsi.

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Prestazioni occasionali

Treviso, 5 luglio 2003
OGGETTO: quesito su prestazioni occasionali.
Faccio seguito alla richiesta del Vostro iscritto che richiede un parere in
merito alla possibilità di effettuare una perizia su di un immobile pur non
essendo in possesso di partita IVA.
L’articolo 5 del D.P.R. 633/72, in materia di esercizio di arti e
professioni, stabilisce che è soggetto al tributo IVA (…) l’esercizio per
professione abituale, ancorchè non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro
autonomo (…). L’elemento decisivo per definire l’obbligatorietà di apertura di
una partita IVA è pertanto l’abitualità della professione (e non, nota bene,
l’esclusività), criterio spesso di complessa individuazione. La qualificazione
del reddito deve, pertanto, essere fatta caso per caso e non può essere
determinata a priori.
Autorevole dottrina ha affermato che per abitualità si intende una (…)
attività stabile, duratura, svolta sistematicamente, anche se non in modo
permanente e senza interruzione (…). Sono inoltre da tenere in considerazione
alcune importanti pronunce della Corte di Cassazione, nelle quali si sostiene
che la qualifica di professionisti abituali in campo fiscale può determinarsi
anche dall’esistenza di un solo affare, in considerazione delle molteplici e
sistematiche operazioni che la sua realizzazione comporta.
Per quanto sopra esposto ritengo che la stesura di una singola perizia
non faccia scattare l’obbligo di apertura di una partita IVA, potendosi ravvisare
nell’attività da svolgere il requisito dell’occasionalità. Il Vostro iscritto potrà
pertanto qualificare il compenso percepito fra quelli di lavoro autonomo svolti
occasionalmente, assoggettandolo a ritenuta d’acconto nella misura del 20% e
dichiarandolo nel quadro L del Modello Unico dell’anno di riferimento.
Resto a disposizione per le ulteriori informazioni che dovessero
necessitare in materia e, con l’occasione, porgo cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare

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Prestazione occasionale

Treviso, 5 luglio 2003
OGGETTO: quesito su prestazioni occasionali.
Faccio seguito alla richiesta del Vostro iscritto che richiede un parere in
merito alla possibilità di effettuare una perizia su di un immobile pur non
essendo in possesso di partita IVA.
L’articolo 5 del D.P.R. 633/72, in materia di esercizio di arti e
professioni, stabilisce che è soggetto al tributo IVA (…) l’esercizio per
professione abituale, ancorchè non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro
autonomo (…). L’elemento decisivo per definire l’obbligatorietà di apertura di
una partita IVA è pertanto l’abitualità della professione (e non, nota bene,
l’esclusività), criterio spesso di complessa individuazione. La qualificazione
del reddito deve, pertanto, essere fatta caso per caso e non può essere
determinata a priori.
Autorevole dottrina ha affermato che per abitualità si intende una (…)
attività stabile, duratura, svolta sistematicamente, anche se non in modo
permanente e senza interruzione (…). Sono inoltre da tenere in considerazione
alcune importanti pronunce della Corte di Cassazione, nelle quali si sostiene
che la qualifica di professionisti abituali in campo fiscale può determinarsi
anche dall’esistenza di un solo affare, in considerazione delle molteplici e
sistematiche operazioni che la sua realizzazione comporta.
Per quanto sopra esposto ritengo che la stesura di una singola perizia
non faccia scattare l’obbligo di apertura di una partita IVA, potendosi ravvisare
nell’attività da svolgere il requisito dell’occasionalità. Il Vostro iscritto potrà
pertanto qualificare il compenso percepito fra quelli di lavoro autonomo svolti
occasionalmente, assoggettandolo a ritenuta d’acconto nella misura del 20% e
dichiarandolo nel quadro L del Modello Unico dell’anno di riferimento.
Resto a disposizione per le ulteriori informazioni che dovessero
necessitare in materia e, con l’occasione, porgo cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare

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Prestazioni occasionali

Treviso, 5 luglio 2003

OGGETTO: quesito su prestazioni occasionali.

Faccio seguito alla richiesta del Vostro iscritto che richiede un parere in
merito alla possibilità di effettuare una perizia su di un immobile pur non
essendo in possesso di partita IVA.
L’articolo 5 del D.P.R. 633/72, in materia di esercizio di arti e
professioni, stabilisce che è soggetto al tributo IVA (…) l’esercizio per
professione abituale, ancorchè non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro
autonomo (…). L’elemento decisivo per definire l’obbligatorietà di apertura di
una partita IVA è pertanto l’abitualità della professione (e non, nota bene,
l’esclusività), criterio spesso di complessa individuazione. La qualificazione
del reddito deve, pertanto, essere fatta caso per caso e non può essere
determinata a priori.
Autorevole dottrina ha affermato che per abitualità si intende una (…)
attività stabile, duratura, svolta sistematicamente, anche se non in modo
permanente e senza interruzione (…). Sono inoltre da tenere in considerazione
alcune importanti pronunce della Corte di Cassazione, nelle quali si sostiene
che la qualifica di professionisti abituali in campo fiscale può determinarsi
anche dall’esistenza di un solo affare, in considerazione delle molteplici e
sistematiche operazioni che la sua realizzazione comporta.
Per quanto sopra esposto ritengo che la stesura di una singola perizia
non faccia scattare l’obbligo di apertura di una partita IVA, potendosi ravvisare
nell’attività da svolgere il requisito dell’occasionalità. Il Vostro iscritto potrà
pertanto qualificare il compenso percepito fra quelli di lavoro autonomo svolti
occasionalmente, assoggettandolo a ritenuta d’acconto nella misura del 20% e
dichiarandolo nel quadro L del Modello Unico dell’anno di riferimento.
Resto a disposizione per le ulteriori informazioni che dovessero
necessitare in materia e, con l’occasione, porgo cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare

ingegneri

Professione e compensi da amministratore di società immobiliare

Treviso, 16 maggio 2003

OGGETTO: Contributi per gli amministratori di società immobiliare

Il Vostro iscritto, del quale non riesco a decifrare il cognome, è in
procinto di costituire una S.R.L. immobiliare della quale assumerà l’incarico
di amministratore. Chiede se deve iscriversi alla gestione separata INPS quale
collaboratore coordinato e continuativo ovvero se il compenso percepito
quale amministratore comporti l’emissione di fattura da assoggettare ad
Inarcassa.
La risposta al quesito va ricercata nell’inquadramento dell’incarico di
amministratore di società immobiliare, ovvero se questo rientri o meno
nell’attività tipica dell’architetto. In caso affermativo, infatti, il compenso
rientrerebbe nell’attività professionale e comporterebbe l’emissione di fattura
e l’assoggettamento del compenso ad Inarcassa, diversamente il rapporto
dovrebbe essere inquadrato quale collaborazione coordinata continuativa e
pertanto assimilato al lavoro dipendente ed assoggettato ai contributi della
gestione separata Inps. A questo scopo è necessario valutare se per lo
svolgimento dell’attività di amministratore siano necessarie conoscenze
tecnico-giuridiche direttamente collegate all’attività di architetto (circolare 67
del 6 luglio 2001).
Sul punto la circolare n. 105 del 12.12.2001 afferma che: “(…) In via
prioritaria occorre tenere in considerazione quanto disposto dai singoli
ordinamenti professionali per qualificare reddito di lavoro autonomo il
compenso in questione (…). L’attrazione dei compensi alla categoria dei
redditi di lavoro autonomo opera, inoltre, nella diversa ipotesi in cui, anche
in assenza di una previsione espressa nell’ambito delle norme di disciplina
dell’ordinamento professionale, il professionista svolga l’incarico di
amministratore di una società’ o di un ente che esercita una attività’
oggettivamente connessa alle mansioni tipiche della propria professione
abituale. In tale ipotesi e’ ragionevole ritenere che l’incarico di
amministratore sia stato attribuito al professionista proprio in quanto
esercente quella determinata attività’ professionale. E’ il caso ad esempio
dell’ingegnere edile che sia membro del consiglio di amministrazione di una
società’ di ingegneria o di una società’ che opera nel settore delle
costruzioni”.
Per quanto esposto nella interpretazione ministeriale sopra riportata
ritengo sostenibile e fondata l’interpretazione che individua i compensi di
amministratore di una società immobiliare di costruzione quali redditi
oggettivamente connessi all’attività di architetto. Pertanto il professionista
dovrebbe emettere fattura per i compensi percepiti quale amministratore ed
assoggettare il compenso alla contribuzione Inarcassa.
Resto a disposizione per le ulteriori informazioni del caso e, con
l’occasione, porgo cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare

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Remunerazione delle collaborazioni

Treviso, 7 maggio 2003
Oggetto: quesito su remunerazione delle collaborazioni.
Il Vostro iscritto chiede “se codesto Ordine consiglia modalità di retribuzione
propriamente specifiche per i rapporti di collaborazione coordinata continuativa,
diversamente da quella in funzione del tempo impiegato per svolgere la collaborazione
(oraria)”.
A tal proposito giova ricordare che le caratteristiche che devono coesistere
affinché un contratto possa essere qualificato come collaborazione coordinata
continuativa sono:
1. Contenuto intrinsecamente artistico o professionale
2. Mancanza di vincoli di subordinazione rispetto al committente
3. Le prestazioni devono essere svolte nell’ambito di un rapporto unitario e continuativo
4. Mancanza di mezzi organizzati per lo svolgimento
5. La retribuzione deve essere periodica e prestabilita
6. Non devono rientrare nell’ambito della professione abituale
Per quanto sopra esposto, in particolare al punto 5, ritengo che una retribuzione
oraria, e quindi non periodica e prestabilita, sia estranea al contratto di collaborazione
coordinata continuativa. Al fine di evitare spiacevoli e gravose contestazioni da parte
dell’INPS consiglio pertanto di rispettare i sei requisiti sopra riportati.
Cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare

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Remunerazione delle collaborazioni

Treviso, 7 maggio 2003

Oggetto: quesito su remunerazione delle collaborazioni.

Il Vostro iscritto chiede “se codesto Ordine consiglia modalità di retribuzione
propriamente specifiche per i rapporti di collaborazione coordinata continuativa,
diversamente da quella in funzione del tempo impiegato per svolgere la collaborazione
(oraria)”.
A tal proposito giova ricordare che le caratteristiche che devono coesistere
affinché un contratto possa essere qualificato come collaborazione coordinata
continuativa sono:
1. Contenuto intrinsecamente artistico o professionale
2. Mancanza di vincoli di subordinazione rispetto al committente
3. Le prestazioni devono essere svolte nell’ambito di un rapporto unitario e continuativo
4. Mancanza di mezzi organizzati per lo svolgimento
5. La retribuzione deve essere periodica e prestabilita
6. Non devono rientrare nell’ambito della professione abituale
Per quanto sopra esposto, in particolare al punto 5, ritengo che una retribuzione
oraria, e quindi non periodica e prestabilita, sia estranea al contratto di collaborazione
coordinata continuativa. Al fine di evitare spiacevoli e gravose contestazioni da parte
dell’INPS consiglio pertanto di rispettare i sei requisiti sopra riportati.
Cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare

item7

Prestazioni occasionali

Treviso, 13 febbraio 2003
OGGETTO: quesito su prestazioni occasionali.
Faccio seguito alla richiesta del Vostro iscritto che richiede una consulenza in
merito alla possibilità di svolgere piccolo lavoro per il quale è richiesta la
firma di un tecnico abilitato. L’architetto richiede inoltre di individuare il
limite oltre il quale scattano l’obbligo di apertura della partita IVA.
L’articolo 5 del D.P.R. 633/72, in materia di esercizio di arti e
professioni, stabilisce che è soggetto al tributo IVA (…) l’esercizio per
professione abituale, ancorchè non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro
autonomo (…). L’elemento decisivo per definire l’obbligatorietà di apertura di
una partita IVA è pertanto l’abitualità della professione (e non, nota bene,
l’esclusività), criterio spesso di complessa individuazione. La qualificazione
del reddito deve, pertanto, essere fatta caso per caso e non può essere
determinata a priori.
Autorevole dottrina ha affermato che per abitualità si intende una (…)
attività stabile, duratura, svolta sistematicamente, anche se non in modo
permanente e senza interruzione (…). Sono inoltre da tenere in considerazione
alcune importanti pronunce della Corte di Cassazione, nelle quali si sostiene
che la qualifica di professionisti abituali in campo fiscale può determinarsi
anche dall’esistenza di un solo affare, in considerazione delle molteplici e
sistematiche operazioni che la sua realizzazione comporta.
Per quanto sopra esposto ritengo di non avere i dati necessari a
stabilire se, nel caso specifico, ricorrano i requisiti dell’abitualità della
professione. Se è vero, infatti, che il Vostro iscritto effettuerà “un piccolo
lavoro”, non è dato rilevare se la complessità e la molteplicità delle operazioni
da effettuare possano far qualificare l’attività professionale come abituale.
Qualora non fosse possibile qualificare con certezza, anche alla luce
delle posizioni dottrinali e giurisprudenziali sopra esposte, l’occasionalità della
prestazione richiesta, consiglio il Vostro iscritto di assumere una posizione
cautelativa, ovvero l’apertura della partita IVA. Tale posizione, infatti, a fronte
di costi modesti potrebbe consentire di evitare future onerose contestazioni
fiscali.
Quanto alle altre informazioni richieste dal Vostro iscritto Vi invito a
fissare presso la Vostra sede un incontro, in modo da poter affrontare in modo
sistematico l’inquadramento dell’attività dell’architetto.
Resto a disposizione per le ulteriori informazioni che dovessero
necessitare in materia e, con l’occasione, porgo cordiali saluti.
Paolo Dalle Carbonare